Economia
Più fibra che utenti. Perché spegnere il rame è la risposta sbagliata
Di Sergio Boccadutri
(Articolo pubblicato su L’Economista, inserto de Il Riformista)
In Italia la fibra fino a casa raggiunge ormai oltre tre unità immobiliari su quattro: secondo la Broadband Map dell’Agcom, a inizio 2026 la copertura FTTH superava il 77 per cento. Ma tra una rete disponibile e una rete usata c’è un abisso. L’ultimo Market Panorama dell’FTTH Council Europe colloca il tasso di adozione italiano intorno al 30 per cento, contro una media europea vicina al 55. Su dieci case raggiunte dalla fibra, sette restano su un’altra tecnologia. Le reti ci sono; sono gli utenti a non seguirle.
È un dato che rischia di essere letto al contrario. A Bruxelles ha preso piede l’idea che per accelerare la migrazione occorra spegnere per legge la rete in rame dal 2035. È una scorciatoia che confonde il sintomo con la causa: se il problema è la domanda, eliminare l’alternativa non crea domanda, la impone.
Qualcosa, però, si muove. La bozza di relazione sul Digital Networks Act della commissione Industria del Parlamento europeo propone di rimuovere la data unica del 2035 a livello Ue, riconoscendo che mercati con tassi di copertura e di adozione così diversi non possono essere governati dallo stesso calendario. È un passo nella direzione giusta, ma non basta: l’impianto resta quello di uno spegnimento obbligatorio, con tempi decisi dal regolatore anziché dalle scelte di famiglie e imprese.
Secondo l’Agcom le linee in fibra mista rame, l’FTTC, valgono ancora quasi il 40 per cento degli accessi fissi. Sono clienti che ricevono un servizio adeguato alle proprie esigenze e che finora non hanno ritenuto conveniente cambiare. Costringerli a farlo significa trasferire valore verso chi possiede la nuova infrastruttura, ridurre la pressione concorrenziale degli operatori che usano la rete esistente e accollare a utenti e condomini costi di migrazione che nessuno ha chiesto. Il rame, del resto, andrà in pensione quando non converrà più mantenerlo: è una decisione industriale, non un obiettivo di policy.
Il mercato si muove già da solo. Secondo l’Osservatorio Agcom, a marzo le linee FTTH erano cresciute di quasi il 20 per cento in un anno, e le connessioni ad almeno un gigabit sono passate in quattro anni dal 14 al 38 per cento del totale.
L’agenda vera è un’altra. Servono servizi che giustifichino un gigabit: una pubblica amministrazione davvero digitale, sanità e scuola a distanza che funzionino, imprese che usino cloud e intelligenza artificiale non come slogan. Servono competenze, perché chi non sa che farsene della fibra non la comprerà a nessun prezzo. E servono incentivi legati all’uso effettivo più che alla firma di un contratto.
Un Paese non diventa digitale per sottrazione. Abbiamo più autostrade di quante sappiamo percorrerne: chiudere le strade vecchie non convincerà nessuno a mettersi in viaggio.





