Politica

Autotrasporto, Peron (FIAP): «Bene le risorse, ma servono riforme strutturali»

29
Ottobre 2026
Di Alessandro Caruso

(Intervista di Alessandro Caruso pubblicata il 23/10/’26 su L’Economista, inserto de Il Riformista)

Il caro gasolio mette sotto pressione l’autotrasporto italiano, alimentando proteste e tensioni lungo le filiere produttive. L’interlocuzione col Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha portato nuove rassicurazioni sulle risorse destinate al comparto, ma restano aperti i nodi strutturali di un settore composto prevalentemente da piccole imprese. Alessandro Peron, segretario generale di FIAP, la Federazione italiana autotrasportatori professionali, rivendica i risultati del confronto con il ministro Matteo Salvini, prende le distanze dai blocchi organizzati nel Mezzogiorno e sollecita una politica industriale capace di rafforzare la competitività della logistica nazionale.

Partiamo dall’incontro con Salvini. Quali risultati avete ottenuto e quanto siete soddisfatti degli impegni del Governo?

«Le undici associazioni nazionali sono uscite soddisfatte, senza divisioni. Era un incontro che chiedevamo da mesi, in continuità con quello del 22 maggio. Il nodo principale riguardava i tempi di erogazione delle risorse già concordate. Il ministro si è impegnato a sbloccare i 430 milioni previsti per il credito d’imposta sul gasolio, portati a 480 milioni per coprire il 70% dei maggiori costi. Sono stati confermati anche i 590 milioni per il rinnovo dei veicoli, lo sblocco degli incentivi per il trasferimento delle merci dalla strada al mare e ulteriori 60 milioni per fronteggiare i rincari di settembre e ottobre. Parliamo di oltre un miliardo di risorse. È un cambio di passo importante, ma adesso gli impegni devono tradursi in fatti».

Eppure nel Mezzogiorno proseguono blocchi e proteste. Come spiegate questa distanza tra le associazioni nazionali e una parte degli operatori?

«Le difficoltà delle imprese sono reali, ma occorre distinguere le rivendicazioni legittime dalle modalità della protesta. Il ministro ha incontrato anche alcune sigle autonome, che però non hanno ottenuto risultati ulteriori rispetto a quelli già concordati con le organizzazioni nazionali. Oggi assistiamo a fermi locali, spesso privi di coordinamento. Un imprenditore ha il diritto di fermarsi, non di impedire agli altri di lavorare. Il 99% delle imprese vuole continuare l’attività. Abbiamo chiesto l’intervento delle forze dell’ordine contro blocchi e intimidazioni. Le istituzioni devono evitare di alimentare aspettative irrealistiche in persone che stanno attraversando difficoltà economiche molto serie».

Il caro gasolio resta il problema principale. Perché gli strumenti esistenti non riescono a proteggere tutte le imprese?

«Dal 2022 esiste una clausola che permette di trasferire alla committenza i maggiori costi del carburante. Il problema è che non tutti riescono ad applicarla. Le imprese più strutturate hanno maggiore forza contrattuale, quelle piccole spesso non dispongono degli strumenti necessari. In Italia abbiamo circa 90mila imprese di autotrasporto, 45mila con meno di tre dipendenti e 85mila con meno di quindici. È un tessuto estremamente frammentato, che fatica a negoziare con i clienti. Per questo abbiamo chiesto di rendere la clausola più automatica ed efficace, sul modello spagnolo. Salvini si è impegnato a intervenire rapidamente. Ma serve anche una crescita della cultura imprenditoriale: non si può continuare a lavorare sottocosto».

Oltre ai ristori, quali interventi strutturali chiedete al Governo, anche in vista della legge di Bilancio?

«Dobbiamo superare la logica dei sostegni a pioggia e inserire l’autotrasporto in una vera visione industriale del Paese. Le nostre filiere manifatturiere e agroalimentari, composte soprattutto da piccole e medie imprese, hanno bisogno di una logistica efficiente per competere ed esportare. Oggi la rapidità della consegna è diventata un fattore determinante nelle scelte dei consumatori. Se non rafforziamo la logistica, perdiamo competitività come sistema Paese. I ristori servono a curare la febbre, ma dobbiamo affrontare anche le cause della malattia».

In questa prospettiva, la transizione ecologica rappresenta un’opportunità o un ulteriore costo per le imprese?

«La sostenibilità ambientale, sociale ed economica è una trasformazione inevitabile. Le imprese sono pronte a investire, ma hanno bisogno di una direzione chiara. In Italia parliamo continuamente di neutralità tecnologica, senza costruire le infrastrutture necessarie per scegliere davvero tra elettrico, biocarburanti e altre soluzioni. Io credo che dalla neutralità si debba passare alla pluralità tecnologica: individuare le tecnologie, investire nelle infrastrutture e lasciare agli imprenditori la possibilità di scegliere. Senza questa visione, la neutralità rischia di significare immobilismo».

Quali saranno adesso i prossimi passi del confronto con il Governo?

«Ci auguriamo che il dialogo diventi stabile, possibilmente mensile. Le proteste al Sud sono anche il risultato della distanza che si è creata tra istituzioni e imprese. Un confronto più continuo aiuterebbe a prevenire nuove tensioni. Il tavolo del 27 ottobre a Palazzo Chigi è invece un appuntamento distinto, dedicato al rapporto tra autotrasportatori e committenza e alla trasparenza contrattuale. Sul fronte delle risorse, alcuni crediti d’imposta sono già in lavorazione e altre misure partiranno dal primo gennaio 2027. Le scadenze sono definite, ma continueremo a vigilare affinché tutto venga rispettato».