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Piazze piene, scaffali vuoti

24
Ottobre 2026
Di Redazione

Gli scontri di Milano e le manifestazioni dello scorso fine settimana hanno riportato la sicurezza al centro dell’agenda politica, mentre i blocchi degli autotrasportatori e le difficoltà negli approvvigionamenti, soprattutto al Sud, hanno aggiunto un’ulteriore dimensione economica a una crisi che comincia a farsi sentire nella quotidianità degli italiani. 
Per Giorgia Meloni è probabilmente il passaggio più delicato di questo ultimo anno di legislatura: dimostrare capacità di governo mentre gli effetti delle tensioni internazionali diventano sempre più difficili da contenere.

La risposta del Governo agli episodi di Milano è stata rapida. Dopo il vertice convocato a Palazzo Chigi, il Consiglio dei Ministri ha approvato un nuovo decreto sicurezza che introduce il reato di violenza organizzata durante le manifestazioni, amplia gli strumenti di fermo preventivo e arresto differito, rafforza le misure nei confronti dei minorenni e dispone l’invio di altri 500 militari a Milano. Una stretta che risponde alla richiesta di ordine pubblico, ma sulla quale rimangono interrogativi di proporzionalità, efficacia e compatibilità con le garanzie costituzionali.

La politica si è prevedibilmente divisa tra chi chiede maggiore repressione e chi invita ad ascoltare il disagio sociale. Due posizioni che non dovrebbero essere alternative. 
Le devastazioni non possono trovare giustificazione nelle difficoltà economiche, ma immaginare che nuovi divieti e pene più severe siano sufficienti a evitare il ripetersi di episodi simili sarebbe altrettanto semplicistico. Soprattutto quando una parte rilevante dei protagonisti è composta da giovanissimi, mobilitati attraverso dinamiche che non sembrano riconducibili esclusivamente alla tradizionale protesta politica.

Anche il consueto richiamo ai social network meriterebbe maggiore precisione. Trattarli indistintamente come responsabili delle violenze significa confondere gli strumenti con i comportamenti: organizzazione di gruppi violenti, diffusione di contenuti illegali e normale partecipazione alla vita digitale sono fenomeni differenti, che richiedono risposte differenti.
Nel frattempo, il Governo ha dovuto affrontare una seconda emergenza. Il decreto approvato giovedì dal Consiglio dei Ministri stanzia 175 milioni di euro per autotrasporto, agricoltura e pesca, intervenendo sul caro gasolio con nuovi crediti d’imposta e contributi alle imprese. 
Si aggiungono misure per alleggerire temporaneamente alcuni costi degli autotrasportatori, mentre il Viminale cerca di garantire la circolazione delle merci essenziali. Una risposta necessaria, ma ancora insufficiente a sciogliere tutte le proteste e soprattutto a risolverne le cause.

La vera novità politica è che la crisi globale sta progressivamente uscendo dalle pagine di politica estera per entrare nei supermercati e nelle case degli italiani. Prima le bollette, poi i carburanti, l’inflazione e ora le difficoltà nella distribuzione dei beni. I blocchi stradali aggravano una situazione già fragile, trasformando l’aumento dei costi in un problema di disponibilità dei prodotti. E quando gli scaffali iniziano a svuotarsi, anche temporaneamente, la percezione della crisi rischia di correre più velocemente della sua dimensione effettiva.

In questo contesto l’informazione ha una responsabilità particolare. La rappresentazione continua dell’emergenza può amplificare preoccupazioni comprensibili, tra titoli costruiti per ottenere attenzione e narrazioni allarmistiche che finiscono per alimentarsi reciprocamente. 
A questo si aggiunge il rischio di campagne di disinformazione provenienti dall’esterno, interessate a rappresentare un’Europa incapace di proteggere i propri cittadini. Un rischio da considerare senza trasformare ogni notizia negativa in una presunta operazione ostile.

Servono quindi nervi saldi e capacità di governo. Meloni sta cercando di dimostrare entrambe le qualità, attraverso una maggiore esposizione mediatica diretta, decisioni rapide e il tentativo di mantenere il controllo dell’agenda politica. 
Una scelta comunicativa apprezzabile, purché accompagnata dalla consapevolezza che i margini di intervento nazionale sono limitati, soprattutto per un Paese gravato da un debito pubblico così elevato.

La partita decisiva si gioca infatti in Europa, oggi probabilmente l’anello più vulnerabile della crisi economica internazionale. Nessun Governo nazionale dispone da solo degli strumenti finanziari e politici necessari per arginare uno shock che coinvolge energia, commercio, inflazione e catene di approvvigionamento. Servirebbe una risposta comune di dimensioni adeguate, capace di trasmettere ai mercati e ai cittadini la stessa determinazione che Mario Draghi seppe sintetizzare nel suo whatever it takes.

È su questa capacità di incidere sulle scelte europee, più ancora che sui nuovi decreti sicurezza, che si misurerà la leadership di Meloni nei prossimi mesi. 
Perché l’ordine pubblico può contenere le conseguenze della crisi, ma non eliminarne le cause. E il rischio politico maggiore per la Presidente del Consiglio non è soltanto che tornino le manifestazioni, ma che un numero crescente di cittadini cominci a considerare l’emergenza una condizione permanente, magari colpa del suo governo.