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Guerre ed elezioni: lo strabismo sull’Iran di Trump e Netanyahu
Di Giampiero Gramaglia
Le guerre in Medio Oriente e in Ucraina sono ormai intrecciate indissolubilmente con le campagne per le elezioni israeliane di martedì prossimo e di midterm negli Usa del 3 novembre. Le mosse del premier israeliano Benjamin Netanyahu e del presidente Usa Donald Trump hanno spesso valenze più elettorali che diplomatiche; e, proprio per questo, appaiono divergenti.
Netanyahu voleva riprendere le ostilità contro l’Iran prima del voto, convinto che il clima di guerra giochi a suo favore, e continua a cavalcare il tema della sicurezza: ha appena ordinato che l’esercito chiuda gli accessi alla CisGiordania e disponga un cordone intorno alla città di Hebron, dopo che i militari israeliani hanno ucciso due palestinesi armati e sventato “un attacco terroristico” che ha fatto diversi feriti in territorio palestinese – le informazioni in merito sono ancora frammentarie -.
Trump, invece, sa che la guerra gli gioca contro. E, allora, cerca di attenuarne gli effetti sulla borsa degli elettori statunitensi, salvo già programmare una ripresa dei bombardamenti sull’Iran subito dopo il voto.
Sul fronte dell’Ucraina, in un’intervista alla Cnn il presidente ucraino Volodymyr Zelensky assicura – senza risultare del tutto credibile – che tra lui e Trump “non c’è nulla di personale”, dopo che molte fonti hanno attribuito alla mancanza di feeling tra i due – l’espressione è molto edulcorata – e in particolare all’insofferenza di Trump verso Zelensky alcune recenti decisioni Usa pro-Russia e, quindi, anti-Ucraina.
Zelensky, nell’intervista, ripete che alleggerire la pressione su Mosca rafforza il leader russo Vladimir Putin e, quindi, allontana la pace. Putin, dal canto suo, in un’intervista largamente ripresa dalla Tass, nega che la Russia si prepari ad attaccare l’Europa e accusa di “schizofrenia” i leader dell’Ue che lo temono. Quanto ai colloqui a tre – Russia, Ucraina e Usa -, che dovrebbero riprendere a novembre, Putin li vede finalizzati a definire un quadro di sicurezza valido per Mosca e per Kiev dopo la guerra; e nega di pretendere da Zelensky concessione territoriale perché – sostiene – i russi vogliono solo riprendersi territori che sono storicamente loro e i cui cittadini hanno già espresso, in un referendum, la volontà di annettersi alla Russia.
Per il New York Times, c’è voluta una telefonata di Trump a Elon Musk, il proprietario di Starlink, per levare le limitazioni poste all’uso militare della rete satellitare da parte ucraina – limitazioni che, secondo Zelensky, ancora in parte sussistono -. La telefonata è stata fatta dopo che gli ucraini avevano denunciato che le limitazioni all’uso della rete nella guida dei droni e nella difesa aerea li avevano resi ciechi al momento d’intercettare missili e droni russi, rendendo alcuni attacchi russi particolarmente letali e devastanti.
Musk, che ha recentemente espresso opinioni molto negative su Zelensky e l’Ucraina, potrebbe diventare bersaglio di ritorsioni politiche, dopo il voto di midterm, se i democratici conquistassero la maggioranza sia alla Camera che al Senato: il Washington Post scrive, oggi, che “i repubblicani si preparano a subire perdite e Musk si prepara ad affrontare una guerra”, se ciò dovesse avvenire.
Politico, nell’edizione europea, scrive che il 27 dell’Ue stanno cercando un negoziatore sull’Ucraina, cioè qualcuno che riesca a fare quello che i dioscuri negoziatori Usa Steve Witkoff e Jared Kushner fanno, parlare drettamente con Putin. Un problema è scegliere la persona giusta; ma un problema ancora più grande è che Putin – e pure Trump – vogliano poi incontrarla, parlarle, prestarle ascolto: finora. I due son o perfettamente allineati sul tenere l’Europa fuori dai giochi.
Sui fronti mediorientali, il Wall Street Journal titola che l’Iran “minaccia di allargare gli obiettivi economici e civili delle sue risposte”, se gli Stati Uniti riprenderanno i loro attacchi dopo le elezioni di midterm – un’opzione più volte evocata da Trump -. Secondo il quotisiano economico, Teheran mantiene consistenti arsenali di missili e droni e Washington, preoccupata, sta cercando di spostare il proprio personale diplomatico e civile fuori dalla loro portata.
L’articolo del WSJ va letto in parallelo a uno del WP che dà eco a dichiarazioni di Netanyahu, secondo cui Usa e Israele devono rovesciare il regime iraniano: lui e Trump – ha detto Netanyahu – sono pronti a finire il lavoro, perché l’Iran costituisce “una minaccia esistenziale”.
Le fonti israeliane hanno però smentito le notizie, circolate nei giorni scorsi, di pressioni su Trump per una ripresa degli attacchi prima del doppio appuntamento elettorale. Negli Usa, il voto arabo e quello ebreo rischiano di avere notevole influenza: gli ebrei americani sono divisi su Trump; invece, gli arabo-americani, che sono circa l’1% della popolazione e che nel 2024 avevano in maggioranza votato Trump, sono ora orientati quasi al 60% a votare democratico, in conseguenza dell’aggressione all’Iran e del sostegno a Israele.
Il Washington Post segnala che molti più elettori democratici del solito hanno scelto, quest’anno, d’andare a votare di persona, e di non farlo per posta, perché temono che Trump possa ancora cercare di limitare o di contestare la validità delle schede spedite. La Corte Suprema ha bloccato manovre in tal senso dell’Amministrazione Trump, ma gli elettori restano diffidenti; e fanno bene, perché il magnate presidente ha già dimostrato di non sapere digerire le sconfitte.





