Economia

Mps, le nuvole nere su Lovaglio diventano tempesta

23
Ottobre 2026
Di Paolo Bozzacchi

(Articolo pubblicato su L’Economista, inserto de Il Riformista)

Sei consiglieri avrebbero chiesto le dimissioni dell’ad Luigi Lovaglio. Mentre dopo Delfin, Caltagirone e Benetton, anche i proxy Iss e Glass Lewis hanno bocciato il suo piano anti-Intesa. A meno di due settimane dall’assemblea decisiva, l’attuale CdA di Rocca Salimbeni rischia di ritrovarsi senza una maggioranza e senza una strategia. Sei mesi fa Luigi Lovaglio sembrava aver vinto la partita più difficile, riconquistando la guida del Monte dei Paschi contro la volontà del precedente Consiglio di amministrazione. Oggi quello stesso banchiere lucano rischia di perdere tutto. E stavolta non per i risultati economici, che continuano a premiare Rocca Salimbeni, ma per una strategia industriale che sembra aver progressivamente esaurito il consenso necessario a sostenerla.

Le nuvole nere che da settimane si addensano su Lovaglio sono diventate decisamente più minacciose questa settimana. L’ultimo segnale arriva da Glass Lewis, che ha raccomandato agli azionisti di bocciare nell’assemblea del 29 ottobre le due offerte pubbliche di scambio su Banco Bpm e Banca Generali, il dividendo straordinario da 4 miliardi, l’acquisizione della partecipazione in Generali detenuta da Mediobanca e la riduzione del capitale. Un giudizio che segue quello, altrettanto negativo, espresso da Institutional Shareholder Services (Iss). Due stroncature pesanti, soprattutto perché provenienti dai principali consulenti di voto degli investitori istituzionali. Entrambi riconoscono una logica industriale nelle ambizioni di Lovaglio, ma non ritengono che i benefici prospettati giustifichino rischi e complessità di operazioni che si sovrapporrebbero all’integrazione, ancora incompleta, di Mediobanca. Non è un dettaglio che entrambi i proxy abbiano invece promosso proprio la fusione con Piazzetta Cuccia.

Il messaggio appare chiaro: il mercato non contesta il risanamento del Monte né necessariamente il suo rafforzamento industriale. Contesta il salto ulteriore immaginato dal suo amministratore delegato, soprattutto se comporta la rinuncia all’alternativa rappresentata dall’Opas di Intesa Sanpaolo. Ma è soprattutto all’interno del Consiglio che la posizione di Lovaglio sembra farsi sempre più difficile. Secondo le ricostruzioni di stampa, nella riunione straordinaria di lunedì scorso sei amministratori avrebbero manifestato apertamente il proprio dissenso, arrivando a chiedere le dimissioni dell’ad.

Una frattura che non riguarda più soltanto valutazioni industriali divergenti, ma investe direttamente la fiducia nella leadership del banchiere. A rendere ancora più significativo l’episodio è la tempistica. Il Consiglio è stato convocato in via straordinaria appena tre giorni prima della seduta già prevista per giovedì 15 ottobre. Una scelta certamente possibile sul piano formale, ma quantomeno singolare per una banca quotata impegnata in operazioni di questa portata. Secondo La Stampa gli stessi consiglieri avrebbero chiesto spiegazioni sull’urgenza della convocazione, senza ottenere risposte convincenti. È una situazione che, per certi versi, riporta indietro le lancette dell’orologio alla primavera scorsa. Allora il CdA presieduto da Nicola Maione, dopo aver escluso Lovaglio dalla propria lista per il rinnovo dei vertici, arrivò a revocargli le deleghe. Il seguente successo assembleare della lista alternativa sostenuta da Plt Holding ribaltò gli equilibri, restituendo al manager la guida della banca.

Maione aveva sostenuto una soluzione diversa, convinto che alla fase del risanamento dovesse seguirne una nuova, affidata a una governance capace di accompagnare la crescita e l’integrazione del gruppo. Appena sei mesi dopo, quella distinzione tra il merito di aver salvato una banca e il diritto di guidarne indefinitamente il futuro torna di stringente attualità. E il paradosso è che a mettere in discussione Lovaglio non sono soltanto i suoi oppositori di allora, ma anche alcuni degli azionisti che ne avevano reso possibile il ritorno. Delfin, Caltagirone e Benetton hanno preso le distanze dal piano alternativo, mentre Intesa ha migliorato la componente cash della propria offerta, portandola a 1,25 euro per azione Mps.

La banca guidata da Carlo Messina può così presentarsi agli investitori con una proposta che appare meno esposta ai rischi di esecuzione rispetto alla complessa architettura immaginata a Siena. Il 29 ottobre sarà dunque molto più di un voto sulle singole operazioni. Sarà un giudizio sulla credibilità della strategia dell’amministratore delegato e, inevitabilmente, sulla sua capacità di continuare a guidare il Monte. Una bocciatura assembleare non comporterebbe automaticamente la sua uscita, ma renderebbe politicamente e industrialmente assai difficile proseguire come se nulla fosse. Lovaglio è senza dubbio stato tra i principali protagonisti del salvataggio di Mps. Ma nel capitalismo bancario i risultati passati non costituiscono una garanzia di fiducia futura. E quando sei consiglieri chiedono un passo indietro, i principali proxy advisor sconsigliano il piano e gli azionisti decisivi guardano altrove, il problema non è più soltanto vincere un’assemblea. È capire se esistano ancora le condizioni per governare. Perché la vera domanda, ormai, non sembra più essere se il piano di Lovaglio passerà. Ma se Lovaglio riuscirà a sopravvivere alla sua bocciatura.