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Kimberly, Katie, Ilhan: tre donne per cui Trump può perdere la testa
Di Giampiero Gramaglia
Ruota intorno a tre donne l’attualità politica statunitense in queste ore. Due sono ‘suffragette’ trumpiane: una probabilmente al tramonto della sua carriera; l’altra appena entrata in servizio permanente effettivo; entrambe in un mare di grane. La terza è una nemesi di Donald Trump, contro cui il magnate presidente scarica, come fa spesso contro i suoi nemici, il suo livore.
Ve le presento: Kimberly Guilfoyle, 57 anni, è – da ieri – l’ex ambasciatrice degli Usa in Grecia; Katie Zacharia, 41 anni, è la nuova portavoce della Casa Bianca; Ilhan Omar, 43 anni, somala d’origini, è una deputata repubblicana del Minnesota.
Ad attrarre l’attenzione dei media è soprattutto Kimberly, protagonista d’una folgorante ascesa e d’una repentina caduta, fino alle dimissioni di ieri pubblicamente sollecitate dalla Casa Bianca.
Il suo è un percorso movimentato e non lineare: procuratrice legale a San Francisco e Los Angeles, moglie dal 2004 al 2006 dell’allora sindaco di San Francisco (attuale governatore della California), il democratico Gavin Newsom, commentatrice televisiva per Fox News, insider di Trump al punto di divenirne quasi portavoce, fidanzata per qualche tempo del figlio primogenito del presidente, Donald jr, nell’agosto 2020 alla Convention nazionale repubblicana fece un discorso urlatissimo che alcuni giudicarono appassionato e molti trovarono solo rumoroso e sgangherato.
Dopo il ritorno del magnate alla Casa Bianca, Guilfoyle, che s’era ormai lasciata con Donald jr, era stata ricompensata, e nel contempo allontanata, spedendola a fare l’ambasciatrice ad Atene. Non c’è voluto molto perché dalla capitale greca cominciassero ad arrivare ‘rumors’ su suoi comportamenti eccentrici o scorretti: lamentele del personale dell’ambasciata, spese folli, poi notizie raccolte e documentate dal Wall Street Journal (un viaggio a Davos, all’annuale Forum economico mondiale, con un aereo privato; l’avere sollecitato a un donatore 100 mila dollari per pagare il proprio conto American Express in cambio di accesso alla famiglia del presidente; e altre chicche).
Guilfoyle, una donna dalla eleganza più vistosa che raffinata e dagli atteggiamenti estroversi, almeno stando a quanto di lei si racconta, respinge le accuse e annuncia che si dedicherà a tutelare la sua reputazione. L’Amministrazione Trump l’ha a lungo difesa – in visita ad Atene a inizio ottobre, il segretario di Stato Marco Rubio aveva ancora avallato il suo operato -. Ma, alla fine, Trump s’è stancato dei fastidi da lei procurati e l’ha scaricata. Kimberly, però, non ha abiurato: continua a proclamarci fedelissima del presidente e adepta dell’America Fist.
Katie Zacharia è l’ultima arrivata alla Casa Bianca: commentatrice politica e già collaboratrice dell’Amministrazione Trump, è stata nominata portavoce l’8 ottobre – succede a Karoline Leavitt, dimissionaria ad agosto per ragioni personali e subito ‘arruolata’ dalla Fox -. Il primo briefing, ieri, martedì 13 ottobre, ha coinciso con l’annuncio della richiesta di dimissioni di Guilfoyle. L’esordio per Katie non è stato indolore: gaffes a parte, ha subito dovuto confrontarsi con i dubbi dei media sulla sua qualifica. Lei si presenta – e viene presentata dalla Casa Bianca – come avvocato, ma non c’è traccia del suo esame di abilitazione alla professione forense. ‘Affaire à suivre’: la portavoce dell’Amministrazione che sbarra le porte ai media ‘scomodi’ non può aspettarsi accondiscendenze dai giornalisti.
Infine, Ilhan Omar: nata a Mogadiscio, naturalizzata cittadina statunitense, deputata dal 2019, è una delle componenti della ‘squad’, un gruppetto di deputate democratiche radicali coagulatosi intorno ad Alexandria Ocasio-Cortez, deputata di New York. Trump ne è ossessionato, specie da Omar: ce l’ha con i somali e ce l’ha con lei. Cercò già di perseguirla nel primo mandato, senza esito; adesso, le ha mandato a casa gli agenti della Sicurezza interna, alla ricerca di prove sulla sua cittadinanza.
La perquisizione, a giudizio di molti illegale, si basa sull’ipotesi che Omar sia entrata illegalmente negli Stati Uniti. I media fanno notare che il Dipartimento della Giustizia, tradizionalmente, evita d’inquisire candidati nell’imminenza di elezioni: Omar è candidata a succedere a se stessa nel voto di midterm del 3 novembre.
Omar denuncia “l’ennesima escalation” nella campagna “di intimidazione” di Trump contro di lei e assicura che non si lascerà imbavagliare. La perquisizione non servirà probabilmente a farla incriminare, ma sembra piuttosto darle una bella spinta per la sua rielezione.





