Ambiente

Mediterraneo, la geopolitica dell’acqua: la nuova frontiera della sicurezza e della cooperazione internazionale

12
Ottobre 2026
Di *Roberto Minerdo

*Articolo di Roberto Minerdo – Presidente dell’Osservatorio Nazionale Tutela del Mare (ONTM) – Direttore Generale Utopia

Il Mediterraneo rappresenta oggi uno degli snodi più delicati e strategici degli equilibri internazionali. Un’area nella quale le dinamiche geopolitiche si intrecciano sempre più strettamente con le sfide ambientali, la sicurezza energetica, la disponibilità delle risorse idriche e la competitività dei sistemi economici. In questo scenario, l’acqua assume una centralità crescente, diventando non soltanto una risorsa essenziale per la vita e lo sviluppo, ma anche un fattore determinante per la stabilità politica, la sicurezza e le relazioni tra gli Stati. I numeri aiutano a comprendere la portata di questa trasformazione.

Il Mediterraneo rappresenta meno dell’1% della superficie oceanica mondiale, ma ospita fino al 18% delle specie marine conosciute. È dunque uno dei più importanti patrimoni di biodiversità del pianeta, ma anche uno degli ecosistemi maggiormente esposti agli effetti del cambiamento climatico.

Sul versante economico, il Canale di Suez rappresentava nel 2023 una direttrice attraverso la quale transitava circa il 12-15% del commercio mondiale. Le crisi nel Mar Rosso hanno dimostrato quanto la sicurezza delle rotte mediterranee sia direttamente collegata alla competitività industriale europea, ai costi dell’energia e alla stabilità delle catene di approvvigionamento.

Ma esiste un altro dato, forse ancora più significativo.

Circa 180 milioni di persone nell’area mediterranea vivono in condizioni di scarsità idrica, un numero che, secondo le proiezioni disponibili, potrebbe superare i 250 milioni entro il 2050.

Non si tratta soltanto di un’emergenza ambientale. È una questione di sicurezza, sviluppo economico e stabilità politica.

L’acqua come nuova variabile geopolitica
Nel Mediterraneo le risorse idriche sono distribuite in maniera profondamente diseguale. Francia, Italia e Turchia ricevono complessivamente circa la metà delle precipitazioni dell’area, mentre i Paesi della sponda meridionale ne raccolgono appena un decimo. In alcune aree del Nord Africa e del Medio Oriente, la crescente domanda di acqua per usi civili, agricoli e industriali si confronta con disponibilità naturali sempre più limitate.

L’agricoltura rappresenta circa il 60% dei prelievi idrici complessivi nei Paesi mediterranei, una quota che raggiunge l’82% nella sponda meridionale. Questa pressione è destinata ad aumentare per effetto della crescita demografica, dell’urbanizzazione e dell’innalzamento delle temperature. La scarsità idrica non determina automaticamente conflitti, ma può amplificare tensioni economiche e sociali già esistenti, accentuare le disuguaglianze territoriali e contribuire ai fenomeni migratori.

L’acqua sta quindi assumendo una rilevanza strategica paragonabile, per alcuni aspetti, a quella dell’energia.

Chi sarà in grado di garantirne disponibilità, qualità e accessibilità disporrà di uno strumento fondamentale per sostenere la crescita economica e rafforzare la propria stabilità. Al contrario, l’assenza di politiche condivise rischia di trasformare una risorsa essenziale in un ulteriore elemento di competizione tra Stati.

È una visione che ho sostenuto in più occasioni: non esiste una tutela efficace del mare senza una tutela altrettanto efficace delle acque interne. Investire nella depurazione, nel riuso, nella manutenzione dei corsi d’acqua, nel monitoraggio dei bacini e nella prevenzione dell’inquinamento significa proteggere contemporaneamente la disponibilità idrica, la biodiversità, le attività economiche e la resilienza delle comunità costiere. La diplomazia dell’acqua deve quindi partire da un principio concreto: considerare il percorso dalla sorgente alla foce e dalla foce al mare come un’unica responsabilità ambientale e strategica. Questa continuità assume anche una valenza geopolitica.

Nei bacini condivisi da più Stati, la gestione di dighe, prelievi e flussi idrici può diventare materia di cooperazione oppure di tensione, con conseguenze sulla produzione alimentare, sull’energia e sugli ecosistemi costieri. Nel Mediterraneo, dove le pressioni climatiche si sommano a quelle economiche e demografiche, occorre una governance capace di collegare le politiche di bacino a quelle marittime, superando confini amministrativi e competenze frammentate.

La riduzione delle portate fluviali, le siccità prolungate, il prelievo eccessivo di acqua e le alterazioni dei bacini incidono sugli equilibri delle foci, sulla salinità degli estuari, sul trasporto dei sedimenti e sulla capacità delle coste di contrastare l’erosione. Al tempo stesso, le piene e gli eventi meteorologici estremi possono convogliare verso il mare contaminanti e materiali accumulati nell’entroterra. La qualità delle acque costiere dipende dunque anche dalle scelte agricole, industriali, urbanistiche e infrastrutturali compiute lungo l’intero percorso dei corsi d’acqua.

La sicurezza del Mediterraneo si costruisce anche molto lontano dalle sue coste. Fiumi, laghi, falde acquifere, zone umide e bacini idrografici costituiscono un sistema strettamente connesso al mare, attraverso il quale si trasferiscono acqua, sedimenti, nutrienti e, quando la gestione del territorio è inadeguata, sostanze inquinanti e rifiuti. Separare la tutela delle acque interne da quella dell’ambiente marino significa intervenire sugli effetti senza affrontarne le cause. Dalle acque interne al mare: un unico sistema ambientale e geopolitico.

Il Mediterraneo tra sicurezza energetica, rotte marittime e cambiamento climatico
La geopolitica mediterranea non può essere letta attraverso compartimenti separati. Le crisi internazionali degli ultimi anni hanno dimostrato quanto siano interdipendenti le infrastrutture energetiche, le rotte commerciali e gli equilibri politici. Nel 2024, secondo UNCTAD, le perturbazioni del traffico marittimo avevano portato a una riduzione superiore al 50% dei transiti attraverso Suez rispetto ai precedenti livelli di picco. Le conseguenze si sono tradotte in maggiori distanze percorse dalle navi, aumento dei costi logistici, consumi energetici aggiuntivi e nuove pressioni sulle infrastrutture portuali. Parallelamente, il cambiamento climatico sta modificando le condizioni ambientali del bacino mediterraneo, incidendo sulla disponibilità di acqua dolce, sulla produttività agricola, sulla sicurezza delle coste e sulla resilienza delle città portuali. È proprio questa convergenza di fattori a rendere necessaria una nuova visione politica. Non possiamo immaginare di rafforzare la sicurezza energetica senza occuparci della resilienza climatica, né promuovere lo sviluppo portuale senza considerare la disponibilità di risorse idriche e la sostenibilità degli ecosistemi.

Il Mediterraneo deve essere considerato un’unica grande infrastruttura naturale, economica e strategica, la cui stabilità dipende dalla capacità dei Paesi rivieraschi di costruire interessi comuni.

La sfida delle tecnologie e degli investimenti
L’innovazione può rappresentare uno dei principali strumenti per affrontare la crescente pressione sulle risorse idriche. Dissalazione, riutilizzo delle acque reflue depurate, riduzione delle perdite nelle reti, digitalizzazione dei sistemi di monitoraggio e gestione intelligente delle risorse costituiscono settori nei quali la cooperazione internazionale può produrre risultati concreti.

Secondo un rapporto di Plan Bleu pubblicato nel 2025, la capacità di dissalazione nell’area mediterranea è passata, nell’arco del decennio analizzato, da circa 941 mila a oltre 5,14 milioni di metri cubi al giorno.

Un incremento che testimonia quanto la sicurezza idrica stia diventando anche un importante mercato industriale e tecnologico. Tuttavia, la dissalazione comporta consumi energetici, costi infrastrutturali e problematiche ambientali che richiedono un’attenta valutazione. Per questo deve essere accompagnata da fonti rinnovabili, sistemi efficienti e adeguate misure di tutela degli ecosistemi marini.

Per l’Italia si apre una prospettiva particolarmente interessante. Il nostro Paese dispone di competenze industriali, scientifiche e tecnologiche che possono contribuire allo sviluppo di una filiera mediterranea dell’acqua, capace di integrare ricerca, imprese, infrastrutture e cooperazione istituzionale. In questa prospettiva, anche i porti possono assumere un ruolo nuovo: non soltanto piattaforme logistiche, ma nodi di innovazione energetica, gestione sostenibile delle risorse e collaborazione tra sistemi produttivi.

Il ruolo dell’Italia e una nuova diplomazia mediterranea
La posizione geografica dell’Italia rappresenta una responsabilità prima ancora che un vantaggio competitivo. Essere al centro del Mediterraneo significa poter svolgere una funzione di collegamento tra Europa, Nord Africa, Balcani e Medio Oriente, contribuendo alla costruzione di un sistema di cooperazione fondato su sicurezza, sviluppo e sostenibilità. Il Piano Mattei, in questa prospettiva, può rappresentare uno strumento importante, a condizione che la dimensione ambientale e quella idrica diventino componenti strutturali dei programmi di partenariato. Non si tratta semplicemente di finanziare infrastrutture o trasferire tecnologie, ma di costruire relazioni durature, favorendo la formazione delle competenze locali, lo sviluppo delle imprese e la condivisione delle conoscenze scientifiche. Occorre passare da una cooperazione prevalentemente progettuale a una vera diplomazia blu, capace di mettere in relazione istituzioni, comunità scientifiche, sistemi portuali, imprese e territori.

L’esperienza di ONTM – Osservatorio Nazionale Tutela del Mare si inserisce proprio in questa visione: promuovere il Mediterraneo come spazio di dialogo, valorizzando la tutela ambientale quale elemento di convergenza tra interessi economici e responsabilità istituzionali. La sostenibilità, in questo contesto, non può essere considerata un vincolo esterno alle politiche di sviluppo. Deve diventare uno dei principali fattori della competitività e della sicurezza internazionale.

Dalla gestione delle emergenze a una strategia comune
L’Europa ha oggi l’opportunità di rafforzare la propria proiezione mediterranea attraverso una strategia che riconosca la sicurezza idrica come una priorità geopolitica. Servono investimenti coordinati, sistemi condivisi di monitoraggio, partenariati tecnologici e strumenti finanziari capaci di sostenere interventi strutturali, soprattutto nei territori maggiormente vulnerabili. Ma serve anche una maggiore integrazione tra le politiche dell’acqua, quelle energetiche, la pianificazione delle infrastrutture e la tutela degli ecosistemi marini. La sfida non riguarda soltanto i Paesi della sponda meridionale. Riguarda direttamente l’Italia e l’intera Unione europea, perché la stabilità del Mediterraneo è una condizione essenziale per la sicurezza economica e sociale del continente.

Il futuro del Mediterraneo non sarà determinato soltanto da chi controllerà le rotte commerciali o le infrastrutture energetiche, ma anche da chi saprà garantire un accesso sostenibile alle risorse idriche e costruire attorno a esse nuove forme di cooperazione.

È necessario superare una visione frammentata del bacino mediterraneo e riconoscere che acqua, mare, energia e sicurezza appartengono ormai alla stessa agenda strategica. Per l’Italia questa è una sfida, ma soprattutto un’opportunità di leadership. Perché il Mediterraneo non deve essere soltanto il luogo nel quale si manifestano le crisi del nostro tempo.

Il Mediterraneo deve diventare il laboratorio nel quale costruire le risposte geopolitiche, ambientali ed economiche del futuro.