Politica
La sicurezza idrica diventa economica: il Mediterraneo alla prova della resilienza
Di Alessandro Caruso
(Articolo pubblicato su L’Economista, inserto de Il Riformista)
La sicurezza idrica sta rapidamente smettendo di essere una voce confinata nelle politiche ambientali per diventare una delle condizioni della tenuta economica e sociale del Mediterraneo. È uno dei messaggi più netti emersi dal Forum Euromediterraneo dell’Acqua, alla Nuvola di Roma: in una regione sempre più esposta a siccità prolungate, precipitazioni estreme, desertificazione e pressione crescente sulle città, la sfida è superare la logica della risposta all’emergenza e costruire una capacità strutturale di adattamento. Il cambio di prospettiva è sostanziale. L’acqua è un’infrastruttura economica dalla quale dipendono agricoltura, industria, energia, sviluppo urbano e competitività dei territori. Ed è proprio il costo economico della vulnerabilità a rendere sempre meno rinviabile l’investimento in resilienza. «L’acqua non è solo una scelta ecologica, ma un asset economico strategico: il costo dell’inazione idrica è cinque volte superiore a quello dell’azione, mentre ogni dollaro investito in resilienza genera quattro dollari di beneficio», ha sottolineato Marie-Claire Daveu, responsabile sostenibilità di Kering.
Una prospettiva che porta la questione direttamente dentro le catene del valore: «La resilienza delle nostre filiere, a partire dalla produzione delle materie prime fino ai distretti di trasformazione, come in Italia, dipende dalla salute dei bacini idrici che le sostengono». Per Daveu, infatti, «un’azienda efficiente in un territorio degradato resta esposta a un rischio sistemico»: da qui la necessità di passare dalla gestione del singolo sito produttivo alla resilienza dell’intero territorio e di utilizzare dati scientifici e investimenti collettivi anche per accompagnare le Pmi verso modelli più sostenibili. Sul versante delle infrastrutture e della gestione della risorsa, lo stesso cambio di paradigma è stato indicato da Patrizia Rutigliano, amministratrice delegata di SUEZ Italia: «Efficienza, riuso e integrazione sono i pilastri su cui costruire la sicurezza idrica dei prossimi anni. Non possiamo più gestire siccità e scarsità d’acqua come emergenze ricorrenti».
Riduzione delle perdite, ammodernamento delle reti e integrazione stabile di nuove fonti, dal riuso delle acque depurate alla dissalazione fino alla tutela delle falde, diventano così parti di un unico sistema. Le tecnologie, ha osservato Rutigliano, «ci sono già», ma occorrono condizioni che consentano «di investire con visibilità, stabilità e una prospettiva di lungo periodo». È qui che il tema della resilienza incontra quello della cooperazione tra pubblico e privato. Alle istituzioni spettano programmazione, regolazione e tutela di una risorsa essenziale; imprese, gestori e operatori tecnologici possono mettere a disposizione capitale, innovazione e capacità realizzativa. Ma perché l’incontro produca risultati occorrono progetti maturi, regole stabili e strumenti finanziari capaci di sostenere investimenti i cui ritorni economici e sociali si misurano nel lungo periodo.
La dimensione mediterranea allarga ulteriormente la prospettiva. Antonio Tajani ha ricordato che «l’acqua può diventare un terreno concreto di fiducia, solidarietà e cooperazione tra le due sponde del Mediterraneo», indicando la sicurezza idrica come un fattore di stabilità e sviluppo. A questa impostazione si accompagna la Rome Initiative on Water, attraverso cui l’Italia ha annunciato un primo progetto da 3 milioni di euro per aiutare i Paesi della sponda Sud a costruire iniziative finanziabili dalle istituzioni internazionali. Il messaggio che arriva da Roma è dunque soprattutto economico: resilienza idrica significa ridurre il costo futuro di siccità e alluvioni, proteggere le filiere, rendere più sicuri gli investimenti e rafforzare la capacità produttiva dei territori. Per farlo non bastano interventi emergenziali o singole opere, ma serve una strategia che metta insieme pianificazione pubblica, industria, finanza e cooperazione internazionale. In questa prospettiva l’adattamento climatico smette di essere soltanto una politica ambientale e diventa, sempre più, una politica di sviluppo.





