Esteri

Cuba prova ad aprire l’economia mentre Trump stringe l’assedio

08
Ottobre 2026
Di Paolo Bozzacchi

L’Avana autorizza le importazioni commerciali dei privati mentre dall’Italia arriva un voto bipartisan per gli aiuti umanitari. L’isola, schiacciata tra blackout, inflazione, fuga della popolazione e pressione americana, tenta una liberalizzazione controllata. Con Washington i contatti continuano, ma il disgelo è lontano. Sette mesi fa, su queste pagine, raccontavamo la “implosione di Cuba”: blackout, mancanza di carburante, infrastrutture al limite e un’economia incapace di trovare abbastanza valuta per importare ciò di cui il Paese ha bisogno. Da allora la situazione non è migliorata. Semmai, è diventata abbastanza grave da costringere L’Avana a mettere in discussione alcuni dei tabù economici sopravvissuti per decenni alla rivoluzione.

Il segnale più recente arriverà il 12 ottobre, quando entreranno in vigore le norme che consentono ai privati di effettuare importazioni di natura commerciale. Merci che fino a ieri, superati i limiti dell’uso personale, potevano essere sequestrate in dogana potranno essere dichiarate e introdotte legalmente nel Paese. In sostanza, il governo regolarizza un mercato che già esisteva informalmente e che, in una Cuba affamata di beni e ricambi, era diventato indispensabile sia per le nuove piccole imprese sia per le famiglie.

Non è una misura isolata. Fa parte delle 176 riforme economiche varate dall’esecutivo di Miguel Díaz-Canel per provare a rianimare un sistema produttivo allo stremo. Negli ultimi mesi il governo ha aperto alla distribuzione privata di carburante, ampliato gli spazi per le imprese non statali, previsto maggiore flessibilità nell’impiego e negli scambi e avviato nuove aperture nel turismo e nell’agricoltura. Media internazionali hanno parlato di una Cuba che procede, prudentemente, lontano da alcuni dei dogmi dell’economia comunista, mentre Díaz-Canel continua a precisare che non è in discussione la natura socialista del sistema.

A rendere la svolta inevitabile sono i numeri. Il Pil cubano ha perso circa il 15% dal 2020 e la Cepal continua a collocare Cuba tra le economie più fragili dell’America Latina. Nel 2025 la contrazione è stata stimata all’1,5% e le valutazioni più recenti dell’organizzazione indicano ancora Cuba, insieme ad Haiti, tra i Paesi destinati a frenare la crescita centroamericana nel 2026. Nel frattempo la valuta locale, il peso, ha perso circa il 90% del proprio valore rispetto al 2021 e l’inflazione ufficiale ha già superato il 25% nell’anno, mentre salari e pensioni faticano a tenere il passo.

Poi c’è l’energia, diventata la vera misura quotidiana della crisi. A settembre il sistema elettrico nazionale è collassato ancora una volta: il sesto blackout generale dall’inizio dell’anno secondo Reuters, dopo mesi in cui in diverse aree dell’isola le interruzioni hanno superato le trenta ore. A maggio il ministro dell’Energia aveva ammesso che Cuba aveva esaurito diesel e fuel oil. Le proteste erano arrivate fino all’Avana.

Alla debolezza strutturale dell’economia cubana si è aggiunta la strategia di massima pressione di Donald Trump. Dall’inizio del 2026 Washington ha stretto il cappio sulle forniture energetiche, minacciando conseguenze anche per Paesi e operatori che aiutano l’isola ad approvvigionarsi di petrolio. Le conseguenze sono andate oltre la rete elettrica: meno trasporti, meno voli, difficoltà per ospedali e acquedotti e un turismo che, invece di assicurare valuta pregiata, continua a perdere visitatori e operatori internazionali. Gli arrivi dei primi mesi del 2026 erano ormai una frazione dei livelli pre-pandemia; diverse compagnie aeree e gruppi alberghieri internazionali hanno ridimensionato o interrotto le attività.

È in questo contesto che assume un significato particolare anche quanto avvenuto oggi alla Camera italiana. La commissione Esteri ha approvato all’unanimità una risoluzione del Pd, primo firmatario Peppe Provenzano, che chiede al governo di rafforzare gli aiuti umanitari alla popolazione cubana, in particolare per carburante destinato alle strutture sanitarie, medicinali, attrezzature mediche, neonati, donne incinte e malati cronici. Un voto trasversale che distingue nettamente la critica al regime dalla necessità di impedire che sia la popolazione a pagare interamente il prezzo dello scontro tra Washington e L’Avana.

Perché quello tra Stati Uniti e Cuba resta uno scontro politico prima ancora che economico. Trump sostiene che un dialogo sia in corso; L’Avana offre una versione molto più prudente. Due giorni fa la diplomatica cubana Lianys Torres Rivera ha confermato l’esistenza di canali di comunicazione, fatti di incontri, telefonate e perfino messaggi WhatsApp, ma ha negato che vi siano negoziati formali. Il nodo resta quello di sempre: Washington vuole trasformazioni politiche profonde, mentre il governo cubano considera qualsiasi imposizione sul proprio sistema istituzionale una linea rossa.

Anche sulle riforme economiche emerge una contraddizione. L’amministrazione americana chiede da anni maggiore spazio all’iniziativa privata, ma nelle ultime settimane ha eliminato alcune aperture introdotte per consentire ai piccoli imprenditori cubani di utilizzare il sistema bancario statunitense. Díaz-Canel ha colto il paradosso accusando Washington di penalizzare proprio quel settore privato che sostiene di voler incoraggiare.

È qui che il quadro diventa più interessante. Il sistema cubano non sembra alla vigilia di una conversione al capitalismo. Ma è sempre più costretto a utilizzare pezzi di mercato per compensare le insufficienze dello Stato: prima i piccoli imprenditori, poi il carburante, oggi le importazioni commerciali. La liberalizzazione non nasce da una scelta ideologica, ma dalla necessità.

A marzo ci chiedevamo quanto potesse resistere Cuba all’assedio economico e al deterioramento interno. Oggi una prima risposta c’è: sta resistendo cambiando. Poco, lentamente e senza mettere in discussione il monopolio politico del Partito comunista, ma abbastanza da rendere legali comportamenti economici impensabili soltanto pochi anni fa.

Resta però aperta la domanda più grande. Le riforme saranno sufficienti a impedire il collasso, oppure serviranno soltanto a rendere più lunga l’agonia? Perché mentre L’Avana apre qualche porta all’economia privata, Trump continua a stringere quella attraverso cui passa ciò di cui Cuba ha più bisogno: energia, valuta e accesso ai mercati internazionali. E tra le due forze, ancora una volta, rimangono undici milioni di cubani. Con i giovani sempre più in fuga dall’isola caraibica.