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Difesa europea: riarmare gli Stati non basta, serve finalmente l’Europa

29
Settembre 2026
Di Gianni Pittella

C’è qualcosa di profondamente contraddittorio nel dibattito europeo sulla difesa. Tutti riconoscono che il mondo è cambiato, che le minacce alla nostra sicurezza sono aumentate e che l’Europa deve assumersi maggiori responsabilità. Ma quando arriva il momento di tradurre questa consapevolezza in scelte politiche, riaffiora puntualmente la vecchia tentazione: ciascuno faccia da sé.

La recente riunione dei ministri della Difesa dell’Unione europea ne è una dimostrazione eloquente.

La spesa militare aumenta, vengono mobilitate ingenti risorse finanziarie e si rafforzano alcuni strumenti europei. SAFE mette a disposizione fino a 150 miliardi di euro di prestiti e l’Unione cerca di incentivare gli acquisti comuni. Ma il rischio rimane evidente: che dietro l’espressione “riarmo europeo” si nasconda soprattutto la somma di ventisette riarmi nazionali.

E sarebbe un errore politico e strategico molto grave.

Non abbiamo bisogno semplicemente di ventisette Stati che spendano di più. Abbiamo bisogno di un’Europa che spenda meglio, insieme, costruendo capacità comuni, interoperabilità, una vera industria europea della difesa e soprattutto una strategia condivisa.

Non si tratta di mettere in discussione la NATO. Al contrario. L’Alleanza Atlantica rimane il pilastro essenziale della sicurezza euro-atlantica. Ma proprio per rafforzarla occorre costruire finalmente un autentico pilastro europeo della NATO, capace di assumersi responsabilità crescenti e di agire quando gli interessi strategici europei lo richiedono.

Continuare invece a delegare alla NATO ogni dimensione propriamente strategica, mentre l’Unione si limita prevalentemente a finanziare gli investimenti nazionali, significa rinunciare a una parte essenziale della sovranità europea.

Gli avvenimenti di questi anni dovrebbero averci insegnato qualcosa. L’aggressione russa all’Ucraina, le minacce ibride, i sabotaggi, i cyberattacchi, la vulnerabilità delle infrastrutture critiche e l’instabilità delle rotte commerciali dimostrano che sicurezza, politica estera, energia, tecnologia e difesa sono ormai inseparabili.

Eppure continuiamo a procedere con una lentezza incompatibile con la velocità della storia.

Il problema, dunque, non è soltanto militare. È eminentemente politico.

Un’Unione che finanzia ventisette difese nazionali ma non riesce a costruire una politica estera e di sicurezza realmente comune rischia di diventare un gigante economico incapace di proteggere autonomamente i propri interessi strategici.

Per questo occorre compiere un salto politico.

Se l’unanimità impedisce di avanzare, bisogna avere il coraggio di procedere con chi è disponibile a farlo, utilizzando gli strumenti consentiti dai Trattati o costruendo forme di cooperazione più avanzata tra gli Stati che condividono questa ambizione.

Non possiamo permettere che il veto di uno o due governi condanni l’intera Europa all’impotenza.

Un nucleo di Paesi europei dovrebbe assumersi la responsabilità di avviare una vera integrazione nel campo della difesa: programmazione comune, acquisti comuni, standard comuni, capacità operative integrate, ricerca e innovazione condivise e, progressivamente, una struttura europea di comando e decisione.

Ma anche questo non sarebbe sufficiente senza una politica estera comune.

Difesa e politica estera sono infatti due facce della stessa sovranità. Non si può pretendere di costruire una difesa europea se poi, davanti alle grandi crisi internazionali, ventisette governi parlano con ventisette voci differenti.

Qui si gioca una parte decisiva del futuro dell’Unione.

Perché il pericolo che abbiamo davanti non viene soltanto dall’esterno. Esiste anche un rischio politico interno: la crescente disaffezione dei cittadini verso un’Europa percepita come distante, burocratica e incapace di decidere sulle questioni fondamentali.

Le forze populiste ed estremiste, a destra come a sinistra, colpiscono proprio questa debolezza. Alimentano l’idea che l’Europa sia inutile perché non riesce a proteggere, decidere e agire.

La risposta non può essere meno Europa.

Deve essere più Europa dove l’Europa è indispensabile.

Sicurezza, difesa, politica estera, energia, tecnologie strategiche, protezione delle frontiere sono precisamente i campi nei quali nessuno Stato europeo, da solo, possiede più la dimensione sufficiente per competere con le grandi potenze.

Se non avremo il coraggio di compiere questo salto, il rischio è che l’Unione diventi progressivamente un corpaccione istituzionale imbalsamato: ricco di regole e procedure, ma povero di capacità politica; sempre più difficile da comprendere e, proprio per questo, sempre più distante e inviso ai suoi cittadini.

L’Europa non si salva difendendo lo status quo.

Si salva diventando finalmente adulta.

E oggi diventare adulti significa assumersi la responsabilità della propria sicurezza, costruendo un vero pilastro europeo della NATO e una politica estera e di difesa comune.

Anche, se necessario, cominciando con chi ci sta.