Economia

Imprese italiane, ripartono i ricavi. Com’è andata dal Dopoguerra a oggi

28
Settembre 2026
Di Paolo Bozzacchi

Dopo due anni consecutivi di arretramento, i ricavi delle maggiori imprese italiane tornano a crescere. Poco, appena lo 0,5% nel 2025, ma abbastanza per interrompere la sequenza negativa aperta con il -6,2% del 2023 e proseguita con il -3% del 2024. A fare la differenza, ancora una volta, è soprattutto l’estero: le esportazioni crescono del 3,3%, mentre le vendite sul mercato interno arretrano dell’1%. Nella manifattura il fatturato aumenta dell’1,7%, sostenuto dalle vendite oltreconfine (+2,9%), a fronte di una domanda domestica sostanzialmente ferma (+0,3%). È la fotografia scattata dalla nuova edizione dei “Dati Cumulativi” dell’Area Studi Mediobanca, che prende in esame circa 1.700 società industriali e terziarie italiane, includendo pressoché tutte quelle con più di 500 dipendenti e una quota delle imprese manifatturiere di media dimensione. Un osservatorio nato nei primi anni Sessanta e per il quale Mediobanca dispone, su un campione omogeneo di società, di statistiche storiche dal 1968. Il +0,5% del 2025 assume così un significato che va oltre la congiuntura. Guardando indietro, la storia dei ricavi delle grandi imprese italiane racconta buona parte della trasformazione economica del Paese: dalla ricostruzione al miracolo economico, dagli shock petroliferi alla stagione delle svalutazioni, dall’ingresso nell’euro alla grande crisi finanziaria, fino alla pandemia e al nuovo protagonismo dell’export.

Dalle macerie alla fabbrica italiana
Per comprendere il punto di partenza bisogna tornare alla fine della Seconda guerra mondiale. Nel 1945 il valore della produzione industriale italiana si era ridotto di circa due terzi rispetto al periodo prebellico, mentre la spesa reale delle famiglie era inferiore di circa il 40%. La stabilizzazione monetaria del 1947, gli aiuti internazionali e la progressiva liberalizzazione degli scambi crearono le condizioni per una ricostruzione molto rapida. Negli anni Cinquanta l’Italia imboccò definitivamente la strada dell’apertura internazionale. L’ingresso nella Comunità economica europea nel 1957 e la convertibilità esterna della lira dal 1958 inserirono le imprese italiane in un mercato molto più ampio e competitivo. Secondo la ricostruzione storica della Banca d’Italia, proprio l’apertura agli scambi fu uno degli elementi decisivi dello sviluppo del periodo. Il risultato fu il “miracolo economico”. Tra la seconda metà degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta l’Italia si trasformò rapidamente in una grande economia industriale. Meccanica, siderurgia, chimica, elettrodomestici e automotive diventarono protagonisti della crescita, mentre aumentavano dimensioni, produzione e fatturati delle imprese. La trasformazione emerge con particolare chiarezza dalle esportazioni. Secondo l’Istat, la quota della meccanica sull’export italiano passò dal 17% nel 1951 al 35,7% nel 1971. Macchinari, apparecchi elettrici e mezzi di trasporto arrivarono negli anni Sessanta a rappresentare quasi un terzo del valore complessivo delle vendite italiane all’estero.

Dal 1968 le imprese corrono più del Pil
È dal 1968 che il confronto sui ricavi diventa più preciso grazie alle serie storiche di Mediobanca. E il dato di lungo periodo è significativo: tra il 1968 e il 2025 il fatturato reale delle principali imprese italiane è cresciuto del 190,4%, contro un aumento del Pil reale del 162,6%. In quasi sessant’anni, dunque, il giro d’affari delle maggiori aziende osservate da Mediobanca è aumentato, in termini reali, più dell’economia italiana nel suo complesso. Una traiettoria tutt’altro che lineare, attraversata da crisi energetiche, inflazione, ristrutturazioni industriali, cambiamenti tecnologici e ripetuti mutamenti del modello produttivo. Gli anni Settanta segnano infatti la fine dell’eccezionalità del boom. Gli shock petroliferi del 1973-74 e del 1980 colpiscono un’economia fortemente dipendente dalle importazioni energetiche, mentre l’aumento dell’inflazione e del costo del lavoro modifica profondamente le condizioni nelle quali operano le imprese. Eppure, proprio in questa fase emerge una caratteristica che continuerà a distinguere il sistema produttivo italiano: la capacità di cercare crescita sui mercati esteri. Secondo la ricostruzione dell’Istat, negli anni Settanta e Ottanta le esportazioni italiane continuarono ad aumentare, seppure a un ritmo meno impetuoso rispetto ai due decenni precedenti. Si consolidarono le specializzazioni nella meccanica e, parallelamente, nelle filiere del tessile-abbigliamento, delle calzature, dell’arredo e dei prodotti per la casa: quello che sarebbe diventato il nucleo del made in Italy.

Dalle svalutazioni all’euro
Tra gli anni Ottanta e Novanta il sistema industriale cambia ancora. Alla grande impresa pubblica e privata si affianca con sempre maggiore forza un tessuto di aziende medie, distretti industriali e imprese familiari fortemente specializzate. La crisi valutaria del 1992 e la successiva svalutazione della lira offrono temporaneamente una spinta alla competitività di prezzo, ma preparano anche il passaggio a una fase completamente diversa. Con il mercato unico europeo e poi con l’euro viene progressivamente meno la possibilità di recuperare competitività attraverso il cambio. Per le imprese diventa sempre più importante competere attraverso produttività, innovazione, qualità, specializzazione e presenza internazionale. È qui che iniziano a manifestarsi anche alcune delle fragilità strutturali dell’economia italiana. Secondo l’Istat, tra il 1995 e il 2024 la produttività del lavoro è cresciuta mediamente appena dello 0,3% all’anno, un andamento che aiuta a spiegare la difficoltà dell’economia italiana nel mantenere i ritmi di crescita dei decenni precedenti. I ricavi delle imprese continuano tuttavia a beneficiare della progressiva apertura del Paese. Se nel secondo dopoguerra le esportazioni rappresentavano meno del 10% del Pil, negli anni più recenti hanno superato il 30%. E la composizione cambia radicalmente: oggi oltre il 95% dell’export italiano è costituito da manufatti.

La doppia crisi del nuovo secolo
Il nuovo millennio porta con sé un’altra cesura. Prima la crescente concorrenza delle economie emergenti, che colpisce soprattutto i comparti più tradizionali e a minore valore aggiunto. Poi la crisi finanziaria globale del 2008-2009 e quella dei debiti sovrani europei. La recessione mette sotto pressione fatturati, investimenti e occupazione e accelera un processo di selezione del sistema produttivo. Le imprese più internazionalizzate, produttive e inserite nelle catene globali del valore mostrano una maggiore capacità di adattamento, mentre quelle più piccole e meno efficienti incontrano difficoltà maggiori. Gli studi della Banca d’Italia sulla crisi del 2008-2009 hanno evidenziato proprio la forte eterogeneità del sistema imprenditoriale italiano e il ruolo giocato da dimensione, produttività, capitale umano e capacità di internazionalizzazione. Ne esce un sistema produttivo più selezionato e sempre più dipendente dall’estero per crescere. La Germania resta il grande riferimento manifatturiero europeo, ma l’Italia consolida posizioni di forza in numerose nicchie industriali: dalla meccanica strumentale alla farmaceutica, dall’agroalimentare di qualità al lusso.

Pandemia, inflazione e il ritorno della crescita
Poi arriva il Covid. Il 2020 interrompe bruscamente produzione e commerci, seguito da un rimbalzo altrettanto rapido nel 2021 e nel 2022. La successiva crisi energetica e l’impennata dell’inflazione gonfiano inizialmente i ricavi nominali, ma il rallentamento della domanda europea e italiana finisce per riportare il fatturato in territorio negativo. I dati Mediobanca fotografano due anni di contrazione prima dell’inversione del 2025. Già l’edizione precedente dei “Dati Cumulativi” aveva rilevato per il 2024 una riduzione dei ricavi delle grandi e medie società industriali e terziarie italiane, accompagnata tuttavia da una maggiore tenuta di margini e occupazione. Il +0,5% del 2025 interrompe quindi la discesa, ma non autorizza ancora a parlare di una nuova fase espansiva. La composizione della crescita è forse più importante del numero complessivo: la domanda interna resta debole e sono ancora una volta i mercati internazionali a sostenere il fatturato.

Più investimenti, ma resta il nodo della crescita
Ci sono però segnali che vanno oltre la dinamica dei ricavi. Nel 2025 gli investimenti materiali lordi delle imprese analizzate da Mediobanca raggiungono 35,5 miliardi di euro, il valore più elevato dell’ultimo decennio: il 47,2% in più rispetto al 2016 e il 22,4% sopra i livelli del 2019, prima della pandemia. Anche l’occupazione chiude il decennio 2016-2025 con un incremento dell’11,8%, sebbene la crescita sia concentrata nelle società private e non in quelle pubbliche. E Mediobanca calcola che nello stesso periodo le aziende analizzate abbiano generato, attraverso l’indicatore Eva 2.0, 9.300 euro di valore medio annuo per occupato dopo avere remunerato i diversi stakeholder. Sono numeri che restituiscono l’immagine di un sistema imprenditoriale che continua a investire e a creare valore anche in una fase di crescita economica modesta. Ma proprio il confronto storico aiuta a mettere in prospettiva il dato del 2025. L’Italia del dopoguerra cresceva attraverso industrializzazione, aumento della produttività, ampliamento del mercato interno e conquista dei mercati internazionali.

Quella di oggi deve fare i conti con demografia, bassa produttività, costi energetici, transizione digitale e ambientale e una competizione globale sempre più legata alla tecnologia. Rimane però una costante. Dalla meccanica del miracolo economico alle multinazionali tascabili del made in Italy, la capacità delle imprese italiane di cercare all’estero la domanda che manca in patria continua a rappresentare uno dei principali motori della crescita. Il +0,5% dei ricavi del 2025 è quindi una ripartenza, ma soprattutto un avvertimento: le imprese sono tornate a crescere, l’economia interna molto meno. E dopo quasi sessant’anni nei quali il fatturato reale delle maggiori aziende è aumentato più del Pil, la sfida è trasformare ancora una volta la forza competitiva delle imprese in crescita per l’intero Paese. L’imprenditorialità italiana non si ferma.