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Se Conte guida e Elly insegue…

28
Settembre 2026
Di Daniele Capezzone

C’è un paradosso elegante, e un po’ crudele, nella sinistra italiana. Il partito che dovrebbe guidarla, il Pd, scivola sotto il 20%. La segretaria che dovrebbe anticipare i tempi, Elly Schlein, rincorre. E Giuseppe Conte, che per anni è stato descritto come inquilino provvisorio della politica, occupa lo spazio. Non con un’ideologia. Con il timing.

I numeri di Pagnoncelli sono implacabili: Fratelli d’Italia tiene, il Pd cala, i Cinque Stelle restano lì, compatti abbastanza da non dover chiedere scusa al calendario. Ma il punto non è l’addizione. È la gerarchia. Conte chiama il tavolo sul programma; il Nazareno prende tempo. Conte parla di primarie e di candidato; il Pd discute se sia troppo presto, troppo tardi, troppo rischioso per Meloni. Conte pianta bandierine — pace, spesa, giustizia, reddito — e Schlein arriva dopo, a mediare ciò che lui ha già messo sul bancone.

Non è che l’avvocato abbia convertito l’Italia al grillismo. È che ha capito una cosa semplice, e per i dem micidiale: a sinistra si vince chi detta l’agenda, non chi amministra il congresso. Il Pd ha i militanti, le tessere, le primarie teoriche. Conte ha la precedenza. Anticipa sul metodo, anticipa sul merito, anticipa persino sul tono: mentre a via del Nazareno si cerca la quadratura tra riformisti, Salis e l’ala più identitaria, lui fa l’uomo già pronto. «Noi ci siamo. Non possiamo riunirci da soli». Traduzione: il ritardo è vostro.

Si dirà che i sondaggi sulle primarie sono un caleidoscopio: a volte vince lei, a volte lui. Vero. Ma la leadership non è solo un hypothetical ballot. È chi costringe l’altro a rispondere. Oggi risponde Schlein. Oggi insegue il Pd. E un partito che insegue, in politica, ha già accettato di non essere il centro di gravità. Conte non ha preso la sinistra perché l’ha sedotta. L’ha presa perché l’ha aspettata al varco, con un sorriso da notaio e un’agenda già scritta. Il resto, per il Pd, è commento.