L’eolico offshore italiano ha un problema che precede perfino l’installazione delle turbine: costruire una filiera industriale capace di assemblare, movimentare e mettere in mare impianti di dimensioni sempre maggiori. È per questo che i porti sono diventati uno degli snodi decisivi della politica energetica nazionale e che la vicenda di Taranto va letta oltre la semplice rimodulazione di un capitolo di spesa. Il porto ionico, insieme ad Augusta, è stato individuato come hub nazionale prioritario per la cantieristica dell’eolico galleggiante, con interventi su banchine, aree logistiche e infrastrutture destinati a sostenere produzione, assemblaggio e varo delle piattaforme. La scelta non parte da zero: Taranto dispone già di una base industriale legata all’eolico e punta a diventare un punto di riferimento mediterraneo per la nuova filiera. Proprio per questo la riduzione delle risorse assume un peso industriale superiore alla sua dimensione contabile. A fronte di una dotazione iniziale complessiva di 78 milioni di euro per lo sviluppo della filiera, le risorse oggi disponibili sui relativi capitoli del ministero dell’Ambiente ammontano a 38,3 milioni; per il solo porto di Taranto il finanziamento previsto nel 2026 scende a circa 13,9 milioni, rispetto ai 28 milioni assegnati all’Autorità portuale. Secondo quanto riportato da fonti di stampa, la rimodulazione sarebbe legata ai tagli operati sui capitoli ministeriali per liberare risorse destinate anche ad altre misure, tra cui la riduzione delle accise sui carburanti.
Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha però assicurato che si tratterebbe di una riduzione temporanea e che le somme verrebbero reintegrate nel 2027; gli uffici del ministero avrebbero inoltre confermato l’invarianza della dotazione per il prossimo anno e la possibilità di recuperare le risorse 2026 sulla base dell’avanzamento dei cronoprogrammi. È su questa rassicurazione che l’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ionio costruisce oggi una posizione meno allarmata rispetto alle prime notizie sulla riduzione. Il presidente Giovanni Gugliotti sottolinea che il Ministero non avrebbe modificato il rilievo strategico degli interventi né gli obiettivi della misura e parla di un quadro «meno allarmante». Resta però un punto sostanziale: perché la prospettiva del reintegro possa tradursi in investimenti servono tempi e disponibilità finanziarie formalmente definite. L’AdSP chiede quindi una rapida conferma delle risorse residue sul bilancio 2027 e un quadro finanziario stabile, necessario per adeguare il progetto e procedere con gli interventi programmati. Non è una richiesta meramente amministrativa.
Nell’eolico offshore, soprattutto galleggiante, la capacità portuale è parte integrante della catena industriale: senza banchine adeguate, spazi di assemblaggio e infrastrutture logistiche è difficile costruire una produzione su larga scala, mentre l’incertezza sui tempi può indebolire la capacità di attrarre investimenti e commesse. È questo il nodo che rende il caso Taranto indicativo di una questione più ampia. L’Italia ha individuato gli asset portuali su cui provare a costruire una propria filiera offshore, ma la credibilità della strategia dipenderà dalla continuità con cui quelle scelte saranno finanziate e realizzate. A Taranto, inoltre, la partita si intreccia con quella della diversificazione industriale e con la ricerca di nuove attività produttive. Per questo Gugliotti lega la richiesta di chiarezza anche all’evento Offshore Wind Revolution dell’8 e 9 ottobre, auspicando la presenza del ministro per fare il punto sui piani nazionali. Il messaggio dell’Autorità portuale, in sostanza, non è che la partita sia compromessa, ma che una filiera industriale non può essere costruita senza una cornice finanziaria prevedibile. Se Taranto deve davvero diventare uno degli hub italiani dell’eolico offshore, la certezza delle risorse è parte della stessa strategia energetica.





