Ambiente
Inquinamento, l’Onu: ogni dollaro investito nell’aria pulita genera 15 dollari di benefici
Di Giampiero Cinelli
Ridurre l’inquinamento atmosferico non rappresenta soltanto un obiettivo sanitario e ambientale, ma può trasformarsi in un investimento con ritorni economici molto elevati. Secondo un rapporto pubblicato il 7 settembre dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) e dalla Coalizione per il Clima e l’Aria Pulita (Ccac), ogni dollaro destinato a un pacchetto di 25 interventi integrati potrebbe produrre circa 15 dollari di benefici complessivi.
Il rapporto invita così a considerare l’aria pulita anche come un asset economico e una questione di politica finanziaria. Gli interventi presi in esame comprendono il passaggio alle fonti rinnovabili, la riduzione delle emissioni nel comparto oil & gas, controlli post-combustione più incisivi per industrie e centrali, il miglioramento dell’efficienza energetica e standard più severi sulle emissioni dei veicoli.
A fronte di un investimento stimato attorno allo 0,7% del Pil mondiale nel prossimo decennio, destinato a scendere allo 0,5% entro il 2100, i benefici generati dalle misure raggiungerebbero un valore equivalente al 2,8% del Pil globale entro il 2035, al 4,5% nel 2050 e all’11,4% entro la fine del secolo. Il rapporto mette questi costi a confronto con quelli sostenuti attualmente dai governi per i sussidi ai combustibili fossili, indicati nel 2,18% del Pil globale.
Il peso dell’inquinamento sulla salute e sull’economia
Una parte rilevante dei ritorni economici deriva dagli effetti sulla salute. La tesi è che considerare la sanità soltanto come una voce di spesa pubblica impedisca di cogliere il valore economico della salute della popolazione e dei lavoratori. L’inquinamento, al contrario, riduce il capitale umano e la capacità produttiva, generando contemporaneamente maggiori costi sanitari.
Nel 2025, secondo i dati riportati, l’inquinamento atmosferico avrebbe causato 6,4 milioni di morti premature legate all’esposizione all’aperto e altri 2 milioni di decessi dovuti all’inquinamento negli ambienti domestici. Tra le vittime figurano 300mila bambini sotto i cinque anni.
L’applicazione delle 25 soluzioni individuate permetterebbe, nell’orizzonte considerato dal rapporto, di evitare 144 milioni di morti premature. A queste si aggiungerebbe una forte riduzione dell’incidenza di numerose patologie: 62 milioni di casi di asma infantile, 87 milioni di infarti, 45 milioni di ictus, 63 milioni di casi di broncopneumopatia cronica ostruttiva, 56 milioni di casi di diabete di tipo 2, 36 milioni di demenza e 7 milioni di tumori polmonari.
Aria pulita e clima, una strategia comune
La riduzione delle emissioni viene inoltre collegata direttamente alla lotta al cambiamento climatico, poiché i due fenomeni condividono alcune delle principali sorgenti emissive, a partire dai combustibili fossili. Di fronte a un superamento della soglia di 1,5 gradi considerato ormai inevitabile nello scenario descritto, l’approccio integrato servirebbe sia a contenere il picco del riscaldamento sia a ridurne la durata.
Secondo le stime riportate, il pacchetto di interventi consentirebbe di evitare 0,34 gradi di riscaldamento entro il 2050 e un ulteriore incremento di 1,4 gradi entro il 2100. L’effetto si estenderebbe all’innalzamento del livello dei mari, che verrebbe contenuto da un metro a 0,8 metri.
Gli effetti economici riguarderebbero anche l’agricoltura. La riduzione delle emissioni di metano permetterebbe di evitare la perdita di 26 milioni di tonnellate di raccolti, contribuendo a contenere le pressioni sui prezzi alimentari e a tutelare le bilance commerciali agricole. Entro il 2100, inoltre, il raffreddamento prodotto dalle misure consentirebbe di evitare circa 600mila decessi all’anno.
Un ritardo di otto anni può dimezzare i risultati
Il principale ostacolo non sarebbe dunque la mancanza di soluzioni disponibili, quanto la difficoltà di metterle in pratica. Il rapporto individua barriere nella frammentazione delle competenze, nello scarso coordinamento tra ministeri e nella limitata capacità amministrativa, alle quali si sommano vincoli finanziari, tecnici e sociali.
L’effetto combinato di questi fattori rischia di produrre un ritardo medio di circa otto anni nell’attuazione degli interventi. Ogni anno perso comporterebbe oltre 1.500 miliardi di dollari di benefici economici e sanitari cumulativi non recuperabili e, secondo le stime, potrebbe portare a dimezzare il potenziale di riduzione delle emissioni raggiungibile entro il 2035.
Per evitare questo scenario, Unep e Ccac indicano cinque direttrici: inserire gli obiettivi per aria e clima nei programmi nazionali di crescita e nelle politiche di bilancio; rafforzare le capacità istituzionali; privilegiare gli interventi rapidamente attuabili e ad alto rendimento, come il controllo delle emissioni di metano e il clean cooking; orientare maggiormente la cooperazione internazionale e i capitali verso i Paesi in via di sviluppo; potenziare infine le reti per la raccolta e il monitoraggio dei dati.





