Innovazione
G20 a trazione americana: crescita e IA, ma il mondo resta diviso
Di Virginia Caimmi
(Articolo pubblicato su L’Economista, inserto de Il Riformista)
Il G20 americano comincia dalla Carolina del Nord, ma guarda già alla Florida. A dicembre i leader si ritroveranno a Mar-a-Lago e la presidenza Trump sta usando le ministeriali di Asheville e Raleigh per imprimere al formato una direzione precisa: meno architetture multilaterali, più crescita, innovazione, investimenti e primato tecnologico. Un G20 a trazione americana, dunque, nel quale Washington prova a trasformare la propria agenda economica in piattaforma globale. Il messaggio del segretario al Tesoro Scott Bessent alla ministeriale Finanze è stato netto: dopo crisi finanziaria e pandemia, con il debito globale su livelli record, la via d’uscita passa dalla crescita. Deregolamentazione, energia e innovazione diventano così non soltanto ingredienti della ricetta statunitense, ma il terreno sul quale Washington chiede agli altri membri del G20 di misurarsi.
È una linea ancora più evidente sul dossier tecnologico. Alla ministeriale Innovazione di Raleigh gli Stati Uniti spingono per un approccio “hands-off” alla regolazione dell’intelligenza artificiale: evitare nuove sovrastrutture internazionali e norme che, nella lettura americana, rischierebbero di frenare investimenti e sviluppo proprio mentre la competizione con la Cina accelera. La prima giornata della ministeriale finanziaria ha però mostrato quanto sia difficile separare crescita e politica. L’Unione europea è arrivata in North Carolina con Valdis Dombrovskis e Henna Virkkunen e con due priorità parallele: governare squilibri macroeconomici e instabilità sul fronte finanziario, senza rinunciare a costruire una capacità tecnologica europea. Virkkunen porta al tavolo dell’Innovazione l’ambizione di fare dell’Europa non soltanto il mercato che regola l’IA, ma un continente che la produce. Bruxelles mette sul piatto InvestAI, con 200 miliardi di euro mobilitati, 19 AI Factories e le future Gigafactories. La questione, però, è ormai geopolitica: evitare la frammentazione internazionale delle regole senza accettare che gli standard globali siano semplicemente quelli fissati oltreoceano. L’Italia, rappresentata dal viceministro Valentino Valentini, insiste su un’intelligenza artificiale “al servizio dell’uomo”, capace di aumentare produttività e competitività senza allargare le disuguaglianze e con un’attenzione specifica alle PMI. È la declinazione italiana di una questione che attraversa l’intera ministeriale: chi incasserà davvero il dividendo dell’IA? Negli Stati Uniti la risposta dell’amministrazione Trump è piuttosto esplicita. Anche lo scontro sui data center è diventato politico: il presidente ha avvertito che le comunità che ne ostacolano la costruzione rischiano di perdere investimenti, occupazione e gettito fiscale. Alexandria Ocasio-Cortez ha replicato proponendo di costruirne uno a Mar-a-Lago. Una battuta che intercetta un conflitto reale: dietro la corsa all’IA ci sono energia, territorio, infrastrutture e consenso sociale.
Mentre Washington tenta di riportare il G20 a crescita e innovazione, la geopolitica occupa il tavolo. Il ritorno del ministro delle Finanze russo Anton Siluanov, al primo appuntamento G20 in presenza dall’invasione dell’Ucraina, ha irritato gli europei. Diversi rappresentanti hanno rifiutato la tradizionale “family photo”, mentre Bessent ha incontrato il ministro russo ribadendo che non vi sarà alleggerimento della pressione economica finché la guerra non sarà terminata. Sul fondo restano inoltre la guerra con l’Iran e le tensioni commerciali con Pechino. L’Europa sostiene la pressione economica su Teheran, mentre guarda con crescente preoccupazione agli squilibri generati dall’export cinese. Il ministro tedesco Lars Klingbeil lo ha sintetizzato con una formula: l’incertezza è “veleno per la crescita”. Persino l’IA, apparentemente il dossier più orientato al futuro, riporta al problema della sicurezza. Il Financial Stability Board ha avvertito i ministri del G20 dei rischi che modelli avanzati e cyberattacchi possono produrre sul sistema finanziario, soprattutto quando banche e operatori dipendono dalle stesse infrastrutture tecnologiche. È qui che emerge la vera posta del G20 americano. Gli Stati Uniti vogliono fare dell’innovazione il motore di una nuova stagione di crescita e, insieme, uno strumento della propria leadership. L’Europa prova a stare nel gioco rivendicando capacità industriale, regole e autonomia. Cina e Russia rendono impossibile separare economia e sicurezza. Il G20 nasceva per governare insieme le crisi globali. In North Carolina si misura invece con una domanda più scomoda: quanto spazio resta per governare insieme un’economia mondiale nella quale tecnologia, commercio e finanza sono diventati strumenti della competizione geopolitica?





