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«A Bari si celebra la longevità, ma sui problemi reali il governo è rimasto fermo», parla il senatore Daniele Manca
Di Beatrice Telesio di Toritto
Il governo Meloni arriva all’appuntamento di Bari rivendicando il primato di durata nella storia repubblicana, insieme ai risultati ottenuti sul fronte dell’occupazione, dello spread e della credibilità sui mercati. Ma per Daniele Manca, senatore del Partito democratico e capogruppo in Commissione Bilancio, il conto economico di questi quasi quattro anni va misurato prima di tutto sulle condizioni reali di famiglie e imprese. «Rispetto a quattro anni fa, le famiglie e le imprese italiane si trovano con un carrello della spesa più alto, con bollette energetiche insostenibili e di fronte a una perdita del potere d’acquisto dei salari che è attorno al 6,1%». Il giudizio sulla celebrazione del 4 settembre è netto: «Più che un record di longevità, vedo un record di immobilismo e di fallimenti diffusi sui temi fondamentali del programma di mandato».
Il punto, per Manca, è che ai dati positivi sul mercato del lavoro non è corrisposto un miglioramento altrettanto evidente della produttività e dei salari. «Con produttività bassa i salari continueranno a essere bassi e le imprese rischiano di essere sempre meno competitive nello scenario globale». Un problema che diventa ancora più rilevante se si considera la quantità di risorse arrivata con il Pnrr: «Tutto questo avviene con oltre 200 miliardi di euro di investimenti da Piano nazionale di ripresa e resilienza ereditati dai governi precedenti». Per il senatore dem, dunque, il passaggio decisivo è capire come utilizzare l’ultimo anno di legislatura per intervenire sui nodi economici ancora aperti.
Il primo è quello industriale. Secondo Manca, l’Italia sta affrontando contemporaneamente «le transizioni ambientali, sociali, energetiche e digitali senza un piano strategico dell’industria e della manifattura italiana». Una mancanza che pesa soprattutto in un Paese in cui la piccola e media impresa resta la spina dorsale del sistema produttivo e la manifattura rappresenta uno dei principali punti di forza. Tra le priorità indica un maggiore accesso al credito, il sostegno alla capitalizzazione delle imprese, l’attenzione alle filiere e soprattutto una politica energetica capace di accompagnare la transizione. La richiesta al governo è di utilizzare l’ultimo tratto della legislatura per costruire «un piano industriale sulle transizioni per dare uno sbocco al sistema manifatturiero italiano».
Dentro questa strategia rientra necessariamente il caro energia, destinato a restare uno dei dossier centrali dell’autunno. Interventi come il taglio temporaneo delle accise vengono considerati insufficienti. «Siamo di fronte a misure tampone, a spot», sostiene Manca, secondo cui gli aiuti «non possono essere uguali per tutti» e andrebbero indirizzati soprattutto verso i settori più esposti, a partire dai trasporti e dalle attività industriali. A questo si aggiunge la necessità di accelerare sulle rinnovabili, sulle comunità energetiche e sulle semplificazioni.
La stessa questione torna in vista della prossima legge di bilancio, l’ultima prima delle elezioni del 2027. Manca non esclude affatto una tassazione degli extraprofitti, misura che il Pd ha già sostenuto in passato, ma lega il giudizio all’utilizzo delle risorse. «Il problema è come si utilizzano le risorse: se si tassano gli extraprofitti per ricavare spazi per fare rottamazioni, concordati, condoni, non serve a nulla». La priorità, insiste, deve essere creare margini per investimenti capaci di aumentare competitività e crescita, anche perché proprio dalla crescita dipende la sostenibilità di un debito pubblico ancora molto elevato.
E tra i capitoli sui quali concentrare le poche risorse disponibili Manca ne indica uno in particolare: la sanità. «Rischiamo di portare al collasso il sistema sanitario nazionale e universale». Un tema sociale, ma anche economico, perché un servizio sanitario efficiente riduce il peso che ricade direttamente sui bilanci familiari. «Garantire il diritto alla salute a prescindere dalla carta di credito e dalle condizioni economiche delle famiglie è l’Italia, è l’identità del nostro Paese», conclude.





