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Meloni, 1.413 giorni a Palazzo Chigi, è il governo più longevo

03
Settembre 2026
Di Giampiero Cinelli

Quota 1.413 giorni. È il numero che da venerdì consegnerà a Giorgia Meloni un secondo primato dopo quello di prima donna a Palazzo Chigi: il suo sarà il governo più longevo della storia repubblicana, superando il Berlusconi II, rimasto in carica dall’11 giugno 2001 al 23 aprile 2005. Un record raggiunto dopo quasi quattro anni segnati da crisi internazionali, scontri con opposizioni e magistratura, turbolenze nella maggioranza e, nell’ultima fase, dal deterioramento dei rapporti con Donald Trump.

Arrivata alla presidenza del Consiglio presentandosi come «underdog», Meloni rivendica oggi di aver «stravolto i pronostici». Al centro del bilancio mette la stabilità politica e i conti pubblici: lo spread è sceso dai 220 punti iniziali a circa 80, mentre il rapporto deficit/Pil è passato dall’8% a poco più del 3%, portando l’Italia a un soffio dalla chiusura della procedura d’infrazione europea.

Economia e lavoro, dal Superbonus all’Irpef

Sul terreno economico, tra le prime scelte dell’esecutivo ci sono l’accorciamento della vita del Superbonus e l’eliminazione del Reddito di cittadinanza. Nel 2022 prosegue inoltre il taglio progressivo del cuneo fiscale avviato dai governi precedenti, seguito dalla riforma dell’Irpef.

Sul lavoro, la premier rivendica «il tasso di occupazione più alta da quando Garibaldi ha unito Italia». Nel bilancio rientrano anche i rinnovi dei contratti della Pubblica amministrazione e, quattro mesi fa, il salario giusto, con uno dei decreti legge «Primo maggio». Una tradizione inaugurata nel 2023 con il video girato nei corridoi di Palazzo Chigi.

Sullo sfondo restano gli effetti economici delle crisi internazionali. La guerra in Ucraina, già prima della crisi di Hormuz, ha inciso sul gas e sul costo delle materie prime, complicando anche il percorso del Pnrr, rimodulato più volte dal governo e ora arrivato all’ultima rata. Sul fronte energetico, il Piano Mattei per l’Africa punta a trasformare l’Italia in un hub, mentre l’esecutivo ha riaperto il capitolo nucleare: il via libera parlamentare alla legge delega è atteso entro la fine dell’anno.

Immigrazione e sicurezza, dall’Albania allo scontro con le toghe

La sicurezza entra immediatamente nell’agenda del governo. Nove giorni dopo il giuramento del 22 ottobre 2022 arriva il primo decreto legge, dedicato a rave ed ergastolo ostativo. Seguiranno altri interventi, compresi quelli su Caivano, indicato come modello per il recupero delle periferie. Provvedimenti contestati dal centrosinistra, così come l’abrogazione dell’abuso d’ufficio.

Più accidentato il percorso sull’immigrazione. Dopo il naufragio di Cutro, costato la vita a 94 migranti, la conferenza stampa post Consiglio dei ministri organizzata sul posto rappresenta uno dei passaggi meno riusciti. Nel novembre 2023 arriva invece la scommessa sul protocollo con l’Albania: contestato dalle opposizioni ma capace di trovare sponde in Europa.

Per rendere operativi i centri albanesi sono però necessarie più modifiche normative, anche alla luce delle sentenze. Meloni denuncia il «doppiopesismo di certa magistratura». È uno dei capitoli di uno scontro più ampio tra esecutivo e toghe, alimentato anche dal caso Almasri, dai rilievi della Corte dei conti sul Ponte di Messina e dalla campagna per il referendum sulla giustizia, perso nel marzo 2026.

La premier rivendica comunque un «cambio di paradigma» europeo sulla difesa dei confini esterni e «un calo degli sbarchi». Una linea costruita anche portando Ursula von der Leyen a Lampedusa e sviluppata nonostante gli scontri iniziali con Emmanuel Macron e quelli più recenti con Spagna e Germania su Schengen e «dublinanti».

Riforme e maggioranza, la crisi più difficile

È sul terreno delle riforme che Meloni attraversa la sua settimana politicamente più drammatica. Delle tre grandi riforme promesse dal centrodestra, il premierato si arena mentre l’Autonomia differenziata va avanti. Per alcuni giorni prende corpo persino l’ipotesi di una crisi, con Giancarlo Giorgetti nel ruolo di possibile traghettatore. Dopo dubbi e riflessioni, la presidente del Consiglio decide invece di arrivare fino in fondo.

Nella nuova fase impone le dimissioni di Daniela Santanchè, terzo ministro sostituito dopo Raffaele Fitto e Gennaro Sangiuliano, quest’ultimo uscito per il caso Boccia. Non segue però alcun rimpasto e per il governo si apre una fase 2.

Le tensioni fra alleati non sono mancate neppure sulla politica estera, in particolare sul sostegno all’Ucraina, ma senza raggiungere le spaccature registrate su Mes, terzo mandato e preferenze nella legge elettorale.

Dal G7 al rapporto con Trump

Proprio la dimensione internazionale è stata uno dei terreni sui quali Meloni ha investito maggiormente, con numerose missioni già nei primi tre anni. L’Italia esce dalla Via della Seta, guarda al Sud Globale e riallaccia i rapporti con Golfo e India. Il momento culminante è il G7 in Puglia, con la partecipazione per la prima volta di un Papa: Francesco viene invitato a discutere di intelligenza artificiale.

Con Joe Biden Meloni costruisce un buon rapporto. Inizialmente è «special» anche quello con Donald Trump: la premier è l’unica leader europea presente al suo insediamento e, durante il confronto sui dazi, prova a proporsi come «ponte». La relazione cambia quando Meloni non sostiene l’attacco statunitense all’Iran.

Parallelamente, con il precipitare della crisi a Gaza cresce il contrasto con il governo israeliano di Benjamin Netanyahu, mentre in Italia si infiammano le piazze pro-Palestina.

«Manca solo l’invasione delle cavallette…», scherza spesso Meloni di fronte alla successione di emergenze. Il record dei 1.413 giorni arriva proprio dopo quasi quattro anni trascorsi su questo «ottovolante». E non è un mistero che la leader di Fratelli D’Italia non voglia passare il testimone adesso.