E’ banale dire che sia stato un anno intenso, forse perché lo sono tutti, nel quale abbiamo provato a leggere la politica più attraverso le tendenze che attraverso i singoli episodi.
E proprio perché questo è l’ultimo prima della pausa, ci concediamo un esercizio che è insieme difficile e divertente: provare a capire cosa accadrà nell’ultimo anno pieno della XIX Legislatura.
La vera partita non sono le elezioni, ma il Quirinale
La convinzione da cui partiamo è semplice e l’abbiamo scritta più volte: la vera posta in palio delle elezioni politiche del 2027 non sarà Palazzo Chigi. Sarà il Quirinale.
L’elezione del prossimo Presidente della Repubblica, prevista nel gennaio 2029, rappresenta la vera stella polare della politica italiana. Tutto ciò che avverrà nei prossimi mesi verrà letto attraverso quella lente.
Per questo motivo la legge elettorale assume un’importanza enorme. Se dovesse davvero entrare in vigore lo Stabilicum, il premio di maggioranza renderebbe molto probabile l’individuazione di un vincitore chiaro. Non abbastanza forte da eleggere da solo il Capo dello Stato, ma certamente abbastanza forte da svolgere il ruolo di proponente, di kingmaker, di soggetto intorno al quale costruire la futura maggioranza quirinalizia. Ed è qui che il quadro cambia completamente.
Per la prima volta nella storia repubblicana il centrodestra avrebbe una concreta possibilità di indicare un Presidente della Repubblica politicamente riconducibile alla propria area culturale. Dal 1993, dall’elezione di Oscar Luigi Scalfaro in avanti, il ruolo di “grande elettore” è stato sostanzialmente esercitato dall’area progressista e dal Partito Democratico nelle sue varie incarnazioni.
Una vittoria netta del centrodestra cambierebbe questo equilibrio.
Ma davvero tutti vogliono un vincitore?
Ed è proprio qui che iniziano i dubbi. Davvero tutti gli attori del sistema hanno interesse ad una legge elettorale che produca un vincitore certo?
Davvero tutto quel mondo fatto di alte amministrazioni, istituzioni, corpi intermedi, apparati dello Stato e grandi centri di influenza preferisce una competizione nella quale qualcuno possa davvero conquistare una posizione dominante?
Oppure la fisiologia della Repubblica italiana continua a preferire il pareggio, la mediazione permanente, la conservazione degli equilibri? È una domanda che ci accompagnerà nei prossimi mesi.
Ed è anche il motivo per cui continuiamo a ritenere improbabile che si arrivi alle elezioni con una legge fortemente maggioritaria.
Potrebbe essere lo stesso centrodestra a riconsiderarne la convenienza. Oppure potrebbero intervenire altri fattori istituzionali lungo il percorso parlamentare o costituzionale. In ogni caso, lo scenario che continuiamo a considerare più probabile è quello di un ritorno, in forme più o meno simili, a un sistema capace di produrre un risultato molto più aperto.
Insomma: non ci sorprenderemmo se, alla fine, il Rosatellum si rivelasse molto meno morto di quanto oggi appaia.
Il pareggio favorisce sempre qualcuno
Il punto è che il pareggio, in politica, non è mai davvero neutrale.
Se il centrosinistra dovesse vincere nettamente le elezioni, avrebbe naturalmente il diritto politico di guidare anche la partita del Quirinale.
Ma se invece il risultato fosse incerto? Qui la storia della Seconda Repubblica offre una risposta abbastanza chiara.
Nei momenti di equilibrio il Partito Democratico ha quasi sempre dimostrato una maggiore capacità di costruire convergenze istituzionali. Più figure autorevoli, più relazioni consolidate nei corpi dello Stato, nella magistratura, nelle grandi amministrazioni, nel sistema delle autonomie.
Per questo motivo, paradossalmente (cit.), il centrosinistra dispone di due risultati utili su tre: vincere oppure pareggiare.
Il centrodestra, invece, per cambiare davvero gli equilibri della Repubblica avrebbe probabilmente bisogno di una vittoria netta. Ed è proprio questa la difficoltà maggiore.
Il fattore Generalissimo
Come se tutto questo non bastasse, il quadro si complica ulteriormente con la crescita, finora quasi esclusivamente virtuale, del Generalissimo.
Abbiamo già scritto come questo fenomeno sembri alimentarsi soprattutto della continua attenzione ricevuta dagli avversari e, non casualmente, del contributo fornito dal suo più efficace promotore mediatico: Matteo Renzi.
Il problema, tuttavia, non è tanto il suo consenso. È la sua collocazione.
Se dovesse entrare nella coalizione di centrodestra, rischierebbe di renderla molto più problematica nei rapporti con gli alleati europei e con quell’elettorato moderato che Giorgia Meloni ha faticosamente conquistato in questi anni.
Se invece corresse da solo, potrebbe produrre un effetto forse ancora più rilevante. La storia offre un precedente molto preciso che già abbiamo già citato sabato scorso: il 1996. La divisione tra Silvio Berlusconi e Umberto Bossi costò al centrodestra decine di collegi uninominali e, con essi, la vittoria delle elezioni.
Oggi il rischio potrebbe riproporsi in forme diverse ma con effetti simili.
E quindi? Usare bene l’ultimo anno
Per Giorgia Meloni si apre dunque probabilmente l’anno più difficile della legislatura.
La politica estera, che per quattro anni ha rappresentato il principale moltiplicatore del suo consenso, difficilmente potrà continuare a produrre gli stessi dividendi. Trump resta imprevedibile, l’Europa torna centrale, i margini di iniziativa internazionale si restringono.
Resta quindi soprattutto la politica interna. Servirà una spinta molto forte. Ma davvero molto forte.
Perché , se davvero si voterà con una legge elettorale non troppo diversa da quella attuale, vincere diventerà molto più complicato.
E perdere significherebbe molto più che lasciare Palazzo Chigi. Significherebbe probabilmente rinunciare all’occasione storica di partecipare, da protagonisti, all’elezione del prossimo Presidente della Repubblica.
È questa, in fondo, la partita che vale davvero la pena seguire. Le altre, almeno fino a settembre, possono aspettare.





