News
Governo, il giorno dopo il fuoco amico. Chi non vuole le preferenze, Meloni riflette
Di Giampiero Cinelli
Il giorno dopo di un governo che ha dovuto constatare il fuoco amico. Sulla legge elettorale da approvare in vista delle elezioni 2027. L’emendamento riguardante l’introduzione delle preferenze (con i capilista bloccati) era a scrutinio segreto ed è stato bocciato con 188 contrari e 187 favorevoli. Subito è parso chiaro che ci fosse lo zampino della maggioranza stessa. Non solo ci si aspettava almeno 30 voti favorevoli in più, ma le perplessità hanno aleggiato su qualche assenza e soprattutto sulla compagine guidata da Antonio Tajani. Perché le voci in Transatlantico erano tutte su circa venti parlamentari di Forza Italia, contrari alle preferenze. E allora da cronaca parlamentare diventa triller, con storie di trame riservate e… gruppi whatsapp.
Al giorno d’oggi non ci si stupisce più se i parlamentari parlano sul web. Meno assurda sembra quindi l’indiscrezione secondo cui Giorgia Meloni in una call abbia minacciato di mandare tutti al voto se la maggioranza non fosse stata compatta sul dossier elettorale. Così non è stato. Con mani nei capelli, esclamazioni, e Lollobrigida che vuole fuori i nomi. Nella vicenda, però, non va trascurato il ruolo dei cosiddetti vannacciani. Forse psicologicamente già fuori dal governo. O dal parlamento.
Attualmente la premier e i suoi fedelissimi stanno riflettendo su quanto accaduto. Non ci sono già movimenti che facciano pensare a un voto anticipato. Ma chi è nelle stanze riferisce che di questo non si è potuto non parlare. Una sfida elettorale anticipata – magari a giugno prossimo, prima della scadenza della legislatura – forse farebbe gola all’opposizione, ma perché dovrebbe farla alla leader di Fratelli D’Italia? Nel caso, per ragioni tattiche. Andare alle urne prima permetterebbe di traghettare il parlamento proprio verso quella legge elettorale di cui c’è bisogno e pure verso altre riforme urgenti. Secondo il media internazionale Politico, sono proprio i progetti di riforma vacanti che potrebbero aver messo il governo in difficoltà davanti a Bruxelles gettando tensioni nella maggioranza stessa. Ma conosciamo le dinamiche di casa nostra e sappiamo quanto possano essere centrali le questioni relative al potere per il potere. O per meglio dire, la poltrona per la poltrona.
Tra le tante, la pista femminista. Sembra buffo in questi termini, ma nelle riunioni della maggioranza alcune deputate hanno espresso il timore che le preferenze potessero svantaggiare le donne. E allora meglio un sistema che tuteli la rappresentanza politica femminile.
Tuttavia, il voto al cardiopalma di ieri può essere letto come un test, coraggiosissimo, scelto da Giorgia Meloni. Per vedere qual è realmente la tempra della sua squadra, quali gli equilibri reali in vista della prossima sfida elettorale. In tal caso, l’esito riscontrato sarebbe, come per il referendum, un altro boccone amaro da mandare giù senza rovesciare la scacchiera, ma preparandosi alla prova più importante, quella in cui la prima presidente donna cercherà la riconferma.
«Io lavoro per gli italiani e non per il mio schieramento, lasciare questa legge significa riportare l’Italia a dieci anni fa, con maggioranze arcobaleno che rischiano di riportarci nel baratro», ha detto Meloni. A giudicare da queste parole le le preferenze sarebbero anzi un fattore di stabilità. Oppure la stabilità del nuovo emiciclo dipende da altri fattori tecnici oggetto del testo. Ad ogni modo, Meloni si trova di nuovo in un momento di solitudine. E ciò che conta adesso è il suo prossimo passo.





