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Iran: scaramucce nello Stretto di Hormuz e tensioni in Libano; per Vaticano, Occidente ha due pesi e due misure
Di Giampiero Gramaglia
Gli Stati Uniti che si apprestano a celebrare il 250° anniversario della loro indipendenza, sabato 4 Luglio, in un clima tra la sagra di paese e il culto della personalità del loro ‘presidente monarca’ Donald Trump, sono una Nazione ancora in guerra in Medio Oriente, nonostante l’intesa di tregua firmata con l’Iran a metà giugno e i negoziati di pace che dovrebbero riprendere nei prossimi giorni, forse già domani, non in Svizzera, ma in Oman, come scrive Axios, in coincidenza con una pausa – se dura – nelle ripetute reciproche rotture del cessate-il-fuoco..
Il fine settimana è stato segnato da un intreccio di scaramucce: violazioni della tregua iraniane, attacchi cron droni alle navi in transito nello Stretto di Hormuz senza l’autorizzazione di Teheran; risposte Usa, con raid aerei e lanci di missili su postazioni militari iraniane; e conseguenti reazioni iraniane con missili e droni su interessi americani nella Regione, fra cui la base navale in Bahrein, la più importante installazione militare statunitense nell’area, e installazioni in Kuwait; e, come inevitabile corollario, proteste e minacce di ritorsioni da parte dei Paesi coinvolti.
Nel Libano, nonostante l’accordo firmato a Washington tra Israele e Libano, proseguono gli scontri tra l’esercito israeliano e la milizia sciita filo-iraniana degli Hezbollah, mentre il Paese ha vissuto giorni di proteste contro l’intesa giudicata dai critici una svendita dell’indipendenza nazionale.
Tra Teheran e Washington, le accuse di violazione della tregua si susseguono e s’intrecciano, anche se provocazioni e ritorsioni reciproche non paiono per il momento compromettere la prosecuzione delle trattative, nonostante il tono delle ultime minacce del presidente Trump, che, sul suo social Truth, è tornato a evocare la possibilità di cancellare l’Iran dalla faccia della Terra.
I principali punti d’attrito in questo momento fra Teheran e Washington dono lo Stretto di Hormuz – gli iraniani subordinano il transito delle navi a una loro autorizzazione e non escludono di chiuderlo di nuovo – e il Libano – gli iraniani chiedono il rispetto della tregua come prevede il memorandum of understanding firmato a metà giugno -.
Dalle due parti, i linguaggi diplomatico e militare sono piuttosto rigidi. Ci sono i post di Trump – ammesso che facciano parte del processo diplomatico -; e le dichiarazioni del ministro degli Esteri di Teheran Abbas Araghchi in visita a Baghdad, per cui il controllo dello Stretto resterà iraniano. Ci sono i comunicati del Comando Centrale degli Stati Uniti, responsabile delle operazioni nell’area, che denunciano “le continue aggressioni dell’Iran contro navi commerciali”; e gli annunci delle Guardie della Rivolusione, che rivendicano “attacchi agli interessi americani” nella Regione.
Il fine settimana è stato relativamente calmo sul fronte ucraino. Esperti citati dal Washington Post dicono che il presidente russo Vladimir Putin non intende ammorbidire la propria posizione e attenuare lo sforzo militare, nonostante le gravi conseguenze energetiche, economiche e finanziarie dell’offensiva con droni ucraina su obiettivi militari e industriali russi.
Nel campo diplomatico occidentale, una crepa, cui dà molta importanza Politico, è stata aperta dalla riflessione del cardinale Victor Manuel Fernandez che al Concistoro ha guidato la riflessione sulla guerra fatta sabato. Fernandez ha parlato della “accettazione dell’incoerenza come strategia… Se un Paese è nemico, viene condannato come anti-democratico e sanzionato in vari modi; ma, se è un alleato, si ignora che in esso non ci sono libertà di espressione, rispetto dei diritti umani o democrazia. E questo non riguarda solo i leader fortemente criticati nel mondo, ma anche l’Ue… Quest’ultima, infatti, applica sanzioni economiche a un Paese, invia aiuti di denaro e armi a un altro, ma non fa lo stesso di fronte ad altre invasioni ancora più gravi con conseguenze ancora più crudeli per intere popolazioni”.
Difficile non leggere, nelle parole del cardinale Fernandez, riferimenti a Russia e Ucraina, a Israele e a Trump, oltre che all’Ue esplicitamente citata. Per il prefetto della Fede, “queste contraddizioni presenti in tutto il mondo suggeriscono che le preoccupazioni si riducono alle convenienze politiche ed economiche delle diverse aree del pianeta. Non esiste più un reale e stabile contesto di verità e valori. E tutto ciò purtroppo torna utile agli interessi dei potenti che avanzano senza controlli”.





