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La crisi idrica come leva di competitività per il Paese
Di Elisa Tortorolo
L’acqua è diventata il vero ago della bilancia per la competitività del sistema Italia. Molto più dell’inflazione o del costo dell’energia, è la gestione della risorsa idrica a dettare la nuova agenda economica e infrastrutturale del Paese. A tracciare questo scenario è il rapporto “Troppa o troppo poca”, realizzato da Italy for Climate e presentato in questi giorni alla Venice Climate Week 2026. L’Italia viaggia a un ritmo di riscaldamento superiore alla media globale, con un aumento delle temperature di 2°C negli ultimi cinquant’anni. Questa dinamica impone un rapido aggiornamento dei nostri modelli di sviluppo, perché le ricadute sui bilanci sono fin troppo evidenti: tra il 1980 e il 2024, gli eventi meteo estremi hanno generato danni per 145 miliardi di euro. L’accelerazione recente, in particolare, è un chiaro campanello d’allarme per gli investitori. In soli sei anni alluvioni e grandinate sono praticamente triplicati, passando dai 660 episodi del 2019 agli oltre 1.670 registrati nel 2025. Nessun catastrofismo, ma un forte richiamo all’efficienza per proteggere le infrastrutture e l’economia.
Il cuore della sfida risiede nella “sete” strutturale del nostro apparato produttivo, che si trova a operare in un quadro di forte stress idrico. Prelevando il 27% dell’acqua disponibile, l’Italia supera la soglia di guardia internazionale fissata al 20%. Di fatto, condividiamo la stessa vulnerabilità di nazioni dal clima storicamente arido come Malta, Cipro e Spagna. I numeri evidenziano un primato europeo nei consumi che va necessariamente razionalizzato: con 36 miliardi di metri cubi assorbiti nel 2023, distacchiamo nettamente la Spagna (33 miliardi), la Francia (26) e la Germania (24). Questa immensa mole d’acqua alimenta a pieno ritmo i motori dell’agricoltura, dell’industria e delle reti civili. Tutto questo, però, si scontra con una risorsa in costante contrazione a causa del ritiro dei ghiacciai. Oggi la nostra dotazione idrica pro capite si è dimezzata rispetto alla media europea, segnando un netto calo del 20% rispetto a un secolo fa.
Questo nuovo assetto climatico ridisegna la mappa dei rischi e delle priorità d’investimento sul territorio. Andrea Barbabella, responsabile scientifico di Italy for Climate, ricorda come il riscaldamento del Mediterraneo imponga nuove tutele per le coste, minacciate dall’innalzamento dei mari, oltre a imporre una gestione attenta dei mutamenti della biodiversità marina. Sulla terraferma, il tessuto economico si trova invece ad affrontare un clima sempre più polarizzato. Al Nord le precipitazioni sono diventate improvvise e violente, imponendo nuove difese idrogeologiche per mettere al sicuro le filiere. Al Sud, al contrario, le estati sempre più lunghe e secche stanno spingendo le amministrazioni a trasformare i razionamenti idrici in una misura ordinaria. Una prassi che richiede interventi strutturali rapidi per non frenare lo sviluppo industriale e il fondamentale comparto turistico.
Lungi dal subire il cambiamento in modo passivo, l’Italia ha oggi l’occasione di guidare una transizione virtuosa attraverso una vasta opera di ammodernamento. Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, suggerisce una rotta molto pragmatica: abbandonare la vecchia logica del consumo lineare per abbracciare un modello pienamente circolare. Serve un piano capillare di investimenti per azzerare le dispersioni delle reti colabrodo, promuovere il risparmio idrico in ogni settore e spingere sul riuso irriguo delle acque depurate. Persino i fanghi di scarto possono trasformarsi in miniere preziose per recuperare risorse strategiche come fosforo e azoto. Parallelamente, è fondamentale limitare l’impermeabilizzazione del suolo, creando invece aree di espansione fluviale e bacini di accumulo per l’acqua piovana nei centri urbani. È un cantiere senza precedenti che, per decollare, richiederà non solo una lucida analisi dei rischi, ma soprattutto risorse finanziarie stabili e durature, capaci di sostenere gli investimenti ben oltre la naturale scadenza dei fondi del Pnrr.





