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Terre rare a Porto Marghera, il piano europeo di Sejourné

18
Maggio 2026
Di Giampiero Cinelli

Il Veneto guarda al progetto Terre Rare con la diffidenza di chi è già stato scottato. Il caso Silicon Box – l’insediamento produttivo poi dirottato a Novara – ha lasciato il segno, e quando il ministro Adolfo Urso è volato in regione per illustrare il piano di persona, sapeva di trovarsi davanti un pubblico tutt’altro che disposto a entusiasmarsi. Il progetto, promosso dalla Commissione europea sotto la regia del vicepresidente Stephane Sejourné, prevede la creazione di due depositi strategici per terre rare e minerali preziosi: uno nell’area portuale di Amsterdam e Rotterdam, l’altro a Porto Marghera. Quest’ultima destinazione, almeno, è quella indicata dal governo Meloni.

La notizia è rimbalzata in piena campagna elettorale per le comunali di Venezia, rischiando di essere ridotta a tema di bandiera. Ma la posta in gioco è più alta. Quello che conta è definire con precisione i contorni dell’iniziativa, valutarne le ricadute concrete e costruire un percorso condiviso con gli attori locali. Porto Marghera ha una storia che impone questo livello di serietà: ex capitale italiana della chimica pesante, ha attraversato un declino lungo e doloroso, e da anni cerca una nuova identità produttiva. L’Eni ha già fatto la sua parte, scegliendo il sito per la prima bioraffineria al mondo con un investimento da 900 milioni – una scelta che il candidato del centro-sinistra Andrea Martella ha evocato chiedendo ai vertici del gruppo aggiornamenti sul piano complessivo.

Il disegno europeo

La logica del progetto Sejourné è difensiva, prima ancora che industriale. L’Europa vuole ridurre la propria esposizione ai rischi di fornitura in un contesto geopolitico sempre più instabile, costruendo riserve strategiche in grado di garantire almeno sei mesi di approvvigionamento alle imprese continentali in caso di crisi. Le terre rare – una famiglia di circa 17 elementi chimici ritenuti essenziali per la transizione energetica, dalla componentistica delle auto elettriche ai chip degli smartphone – sono oggi quasi interamente nelle mani della Cina, che controlla il 70% dell’estrazione mondiale e il 90% della raffinazione. Oltre allo stoccaggio, Urso immagina di affiancare attività a maggiore valore aggiunto: raffinazione, economia circolare, recupero di metalli preziosi dai rifiuti elettronici.

Perplessità e aperture

L’accoglienza in Veneto è stata tiepida. La Cgil di Venezia ha sollevato il rischio che Marghera si riduca a un semplice nodo logistico senza reale contenuto industriale, chiedendo che allo stoccaggio si affianchi un piano di sviluppo credibile. Alberto Baban, imprenditore e presidente della Fondazione Nord Est, ha inquadrato la questione in termini più strategici: «Il ministro è in debito con queste zone e ha sostenuto con forza la candidatura di Marghera rispetto a Trieste e Ravenna». Un deposito da solo, riconosce Baban, non sposta il Pil. Ma può diventare il nucleo attorno a cui aggregare aziende specializzate nella trasformazione, a patto di «far nascere utilizzatori di terre rare e costruire solidi rapporti con le università». Quanto all’Eni, Baban è convinto che sarà «della partita».

Giampaolo Faggioli, direttore della sede veneziana di Confindustria Veneto Est, condivide la lettura: l’occasione c’è, anche se Marghera arriva a questo appuntamento da una posizione di partenza difficile, dopo le sconfitte nella chimica e nella metalmeccanica. Cita come segnali incoraggianti la bioraffineria Eni e il primo impianto italiano di idrogeno rinnovabile a 500 bar, realizzato da Sapio. «Ora si tratta di portare a Bruxelles un progetto che non sia solo stoccaggio, ma anche lavorazione delle terre rare.» Sul fronte occupazionale, però, invita alla prudenza: «Non si è parlato finora di posti di lavoro ed eviterei di alimentare illusioni. Bisogna creare nuove aziende, prima nella logistica e nei trasporti, poi capaci di lavorare i metalli preziosi.»

La scommessa di Rara Factory

Nel parco scientifico Vega di Marghera esiste già una realtà che guarda esattamente in questa direzione. Rara Factory è una start up nata in seno all’università Ca’ Foscari, guidata dal professor Stefano Bonetti, fisico sperimentale, con un obiettivo preciso: sostituire le terre rare e le materie prime critiche con composti ecologici ottenuti da elementi comuni e abbondanti. «Produciamo la copia economica delle terre rare», sintetizza Bonetti, che sull’hub europeo non ha dubbi: «Avere un deposito a Marghera accrescerà la conoscenza di questi materiali e stimolerà processi di innovazione. Non stiamo parlando solo di un magazzino.»

La domanda di investimenti che viene dall’area veneziana è del resto un dato politico oltre che economico. Il Corriere del Veneto ha parlato esplicitamente di «pressing dei candidati sulle aziende di Stato»: sia Martella che il suo avversario del centro-destra Simone Venturini hanno chiesto ad Eni, Fincantieri e Leonardo di impegnarsi di più sulla città. Entrambi sostengono che l’ex Finmeccanica dovrebbe puntare sulla space economy e che Fincantieri potrebbe portare a Marghera una quota della produzione di navi militari.

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