Top News
Calderone: «Salario giusto, più occupazione stabile e legalità per rafforzare la competitività»
Di Alessandro Caruso
(Articolo pubblicato su L’Economista, inserto de Il Riformista)
Ministro, il decreto si inserisce in una fase in cui il mercato occupazionale italiano mostra segnali di crescita, ma continua a convivere con nodi strutturali come bassa produttività, salari stagnanti e mismatch tra domanda e offerta: qual è oggi la priorità economica che guida l’impianto del provvedimento?
«I nodi strutturali si sciolgono con lavoro costante e mirato. È ciò che ci ha portato ai massimi occupazionali e ai minimi di disoccupazione, con progressi su giovani, donne e retribuzioni, benché non sufficiente a recuperare i gap. Il Dl lavoro parte da qui e aggiunge almeno due obiettivi: qualificare l’occupazione anche dal punto di vista retributivo attraverso l’introduzione del salario giusto e incentivare l’assunzione di chi è disoccupato da tempo. Il tutto in continuità con gli altri interventi del governo. La priorità in questo caso è stata intervenire sulle retribuzioni, ma se si perde il contesto si rischia di non capire la portata del provvedimento».
Il Governo ha più volte sottolineato l’obiettivo di rendere il lavoro più conveniente sia per imprese sia per lavoratori: in che modo il decreto punta a rafforzare il potere d’acquisto?
«Valorizzando la contrattazione collettiva tra organizzazioni sindacali e datoriali e sostenendo le imprese che assumono, a patto che garantiscano buoni salari. Questo è il riferimento chiaro che tiene conto della realtà italiana, complessa ma molto avanzata in termini di relazioni utili a trovare il punto di equilibrio. Il ruolo del governo, in questo sistema, è creare nuovi spazi di dialogo negoziale. Ed è quello che stiamo facendo fin dall’inizio del mandato, con misure come la revisione delle aliquote Irpef, la detassazione del welfare, la tassazione di vantaggio per gli aumenti in busta paga correlati al rinnovo dei contratti».
Il salario giusto come si inserisce in questa ricerca di equilibrio?
«Il salario giusto è uno degli elementi di qualificazione. Abbiamo detto in modo esplicito che il riferimento è il TEC, il trattamento economico complessivo individuato nei contratti sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative su scala nazionale che include per esempio welfare, mensilità aggiuntive, TFR. Nella pratica significa dire che paga, garanzie e tutele sono fondamentali in egual misura e, ancora di più, che non si può pensare di comprimere il costo del lavoro sulla pelle dei lavoratori. L’equilibrio si rintraccia nel dialogo negoziale tra le parti, che porta con sé le specificità del settore, del territorio, talvolta della stessa azienda in caso di contratti di secondo livello».
Quale deve essere l’approccio regolatorio verso nuove professioni in ambito digitale per tutelare il lavoro e, insieme, favorire la competitività?
«Non c’è concorrenza più sleale di quella che ricade sulla pelle dei lavoratori. L’approccio regolatorio, quindi, non può che mettere al centro il rispetto della legalità. Quanto abbiamo fatto con il decreto lavoro per i lavoratori su piattaforma rende evidente la volontà del governo di creare un sistema che tuteli tanto il lavoratore quanto la reputazione delle imprese che operano regolarmente, lasciando volutamente un margine decisionale su come impostare il rapporto con le persone che lavorano per e con la singola impresa».
Uno dei nodi storici del mercato italiano resta il tasso di occupazione femminile e il divario di genere. Come interviene su questo la normativa?
«L’occupazione femminile al momento è ai massimi storici, oltre il 53%. È un buon risultato, pur scontando ritardi storici nella partecipazione e nella formazione. La situazione sta cambiando ma resta un ampio bacino di donne “attivabili al lavoro”. Per questo nell’ultimo decreto lavoro abbiamo aggiunto a incentivi esistenti, sgravi fiscali, detassazioni contributive loro dedicati, un’agevolazione rivolta alle donne disoccupate di lungo periodo pari a 650 euro per 24 mesi – che diventano 800 nelle regioni ZES – per chi le assume a tempo indeterminato. Se la donna è in condizione di svantaggio, poi, i margini per accedere al bonus si ampliano. Il nostro obiettivo è creare le condizioni perché l’assunzione sia un’opportunità di crescita reale per impresa e lavoratrice».
Per il tessuto produttivo italiano, composto in larga parte da PMI, il tema non è solo assumere ma farlo in modo sostenibile: quali misure del decreto sono pensate specificamente per rafforzare la loro capacità occupazionale?
«Al netto del bonus ZES, pensato specificatamente per le imprese con meno di 10 dipendenti che assumono a tempo indeterminato over 35 disoccupati di lungo corso nell’area (esonero contributivo totale per 2 anni fino a un massimo di 650 euro al mese), le imprese possono avvalersi dell’incentivo alla trasformazione dei contratti a tempo determinato in rapporti di lavoro a tempo indeterminato per chi ha meno di 35 anni. A patto che sia garantito il salario giusto introdotto dal decreto e un incremento occupazionale netto, la stabilizzazione permette di accedere a un taglio del 100% dei contributi dovuti (tranne i premi Inail) per un massimo di 500 euro mensili e fino al 2028. In questo momento, credo che l’impianto del decreto abbia questo merito: accompagnare il mondo del lavoro, dargli prospettiva e metodo. Utilizza un approccio inclusivo che valorizza la specialità delle parti sociali italiane. Orienta la spesa verso chi rischia di restare ai margini, integrando gli incentivi con le agevolazioni esistenti. Semplifica, grazie all’uso della piattaforma SIISL che accentra le informazioni necessarie a imprese e lavoratori».





