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Mercosur, fumata bianca: entra in vigore il primo maggio

24
Marzo 2026
Di Giampiero Cinelli

L’accordo commerciale tra Unione europea e Mercosur entrerà in applicazione provvisoria a partire dal primo maggio. Lo annuncia la Commissione europea, che ha notificato ai Paesi sudamericani lo strumento necessario per avviare l’intesa firmata a gennaio al termine di un negoziato durato oltre venticinque anni. L’ultimo passaggio procedurale è stato completato con una nota verbale inviata al Paraguay, custode legale dei trattati del Mercosur.

L’accordo si applicherà in via provvisoria tra l’Ue e tutti i Paesi del blocco sudamericano che avranno completato la ratifica e inviato la notifica formale entro la fine di marzo. Argentina, Brasile e Uruguay lo hanno già fatto. Il Paraguay, che ha ratificato l’intesa di recente, è atteso a breve con la sua notifica.

La lunga strada verso il via libera
Dopo la firma di gennaio, l’accordo era finito in una zona grigia istituzionale. Il Parlamento europeo aveva votato, con uno scarto di soli dieci voti – 334 favorevoli contro 324 – di chiedere alla Corte di giustizia Ue di valutarne la compatibilità con i trattati, congelando di fatto l’iter parlamentare. Al centro della contestazione c’erano due nodi: lo «spacchettamento» dell’intesa, accusato di aggirare i parlamenti nazionali, e il «meccanismo di riequilibrio» che avrebbe consentito contromisure ai Paesi Mercosur in caso di future leggi Ue penalizzanti per le loro esportazioni. Nonostante questo, la Commissione ha mantenuto aperta la strada dell’applicazione provvisoria, sostenuta dagli Stati membri.

Il voto aveva fotografato un Parlamento spaccato. L’accordo reggeva grazie al blocco Ppe-Pse, ma trovava resistenze trasversali: non solo nei gruppi euroscettici, ma anche in Renew Europe, Verdi e Sinistra. Persino i Patriots for Europe di Jordan Bardella avevano votato il deferimento, trovandosi fianco a fianco con l’area progressista.

Chi guadagna e chi rischia
I settori più avvantaggiati sono quelli oggi gravati dai dazi più alti. Nell’automotive le tariffe arrivano fino al 35% e potrebbero essere progressivamente eliminate nell’arco di sette-quindici anni. Analoga prospettiva per i macchinari industriali e il chimico-farmaceutico, dove i dazi raggiungono rispettivamente il 20 e il 18%. Tessile, moda, vino e alcolici, anch’essi colpiti da tariffe fino al 35%, vedrebbero aprirsi mercati finora difficili da conquistare. Per formaggi e latticini l’accordo non prevede l’azzeramento dei dazi ma una riduzione con quote, aprendo comunque uno spazio commerciale considerato ancora difficile da presidiare. Sul fronte delle indicazioni geografiche, l’intesa garantisce protezione a 350 prodotti europei, bloccando le imitazioni in stile «Parmesan». Le ombre riguardano pollame e zucchero, oggi molto protetti, che si troverebbero a fare i conti con quote controllate di importazione, e la carne bovina, dove la pressione concorrenziale sugli allevamenti europei resta difficile da ignorare.

Le proteste e il fronte agricolo
La mobilitazione non si è mai fermata. In Francia Macron ha ribadito il no, definendolo «unanime» sul piano politico, senza riuscire a impedire nuove sfilate di trattori a Parigi fino all’Arco di Trionfo e alla Tour Eiffel. In Italia Coldiretti, Confagricoltura e Cia hanno chiesto più garanzie «scritte» su reciprocità e salvaguardie. Il timore ricorrente è quello di una concorrenza asimmetrica: «il rischio è l’arrivo di prodotti realizzati con sostanze vietate da noi da decenni», con annessa denuncia dei modelli di coltivazione intensiva e dell’impatto ambientale in Sudamerica.

La posizione dell’Italia
Roma ha lavorato per strappare condizioni più favorevoli. Il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha formalizzato la richiesta di abbassare la soglia di attivazione delle clausole di salvaguardia: l’obiettivo è farle scattare con un aumento del 5% dei prezzi dei prodotti più esposti, rispetto all’8% previsto dal meccanismo attuale. Il governo rivendica di aver già incassato alcune aperture, tra cui una maggiore flessibilità sui fondi di coesione con risorse complessive di 94 miliardi, parte delle quali destinate all’agricoltura italiana. Sul versante opposto, Confindustria spinge per valorizzare l’accordo come leva per l’export e l’accesso ai mercati del Mercosur.

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