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Iran: guerra giorno XIII, si bada al prezzo del petrolio, i morti non si contano più
12
Marzo
2026
Di Giampiero Gramaglia
| Sui media di tutto il Mondo, dagli Usa all’Asia passando per l’Europa, la guerra è ormai un fatto essenzialmente economico, che si combatte su due fronti: nello Stretto di Hormuz ed ai distributori di benzina. L’aritmetica dell’orrore di missili e bombe, vittime civili e danni alle infrastrutture, sta in subordine rispetto ai conti in tasca ai governi e ai consumatori delle bollette energetiche. Le foto che ritroviamo un po’ ovunque sono quella della Mayuree Naree, un cargo thailandese ieri colpito e messo in fiamme nello Stretto di Hormuz – l’immagine è stata diffusa dalla reale marina thailandese – e quelle dei pannelli con i prezzi dei carburanti in una stazione di servizio, Negli Usa va forte un’immagine con la super a quasi 4 dollari al gallone e la verde a 4 dollari e mezzo – quattro dollari è la soglia che fa scattare i malumori degli automobilisti e degli autotrasportatori statunitensi -. Il New York Times la mette sui grandi numeri: “I primi sei giorni di guerra – titola in apertura – sono costati agli Stati Uniti 11,3 miliardi di dollari” – il dato è del Pentagono ed è stato trasmesso al Congresso, ndr -, quasi due miliardi di dollari al giorno, senza includere, però, molte spese relative al rafforzamento degli apparati militari nella Regione antecedente il conflitto, ma ad esso funzionali. Siccome siamo al XIII giorno di questa guerra, l’importo totale va probabilmente raddoppiato. In questo contesto, assume rilievo la decisione dell’Agenzia internazionale per l’energia di ricorrere alle riserve di petrolio nella misura più importante mai fatta – 400 milioni di barili – nel tentativo di calmierare i prezzi. Il Washington Post spiega che “la guerra all’Iran colpisce l’economia globale”: si punta a tenere sotto controllo l’impennata dei costi dell’energia innescata dal conflitto e aggravata dalla risposta iraniana all’aggressione israelo-americana. Il New York Times torna a sottolineare, per il secondo giorno consecutivo, che la reazione di Teheran e stata “sottovalutata” dall’Amministrazione Trump 2. Il Wall Street Journal stima in 175 milioni di barile il contributo degli Usa alla decisione della Aie. Politico scrive, con un gioco di parole ironico, che il team di consiglieri di Trump sull’energia, definito “la tigre dell’energia”, “fatica a ruggire con l’Iran”. In modo un po’ didascalico, l’Ap rispiega che la guerra ha bloccato lo stretto di Hormuz, dove ieri sono stati colpiti altri due mercantili, fra cui una petroliera greca: è un punto di passaggio essenziale per i traffici energetici mondiali, dove le petroliere non entrano più per paura di essere centrate. “Tenerlo ora aperto è una sfida quasi impossibile da vincere – nota l’agenzia -, tanto che i governi stanno lavorando a progetti per riaprilo alla navigazione immediatamente dopo la fine del conflitto”. Secondo esperti di navigazione sentiti dalla Ap, “usare unità militari per scortare le petroliere, come pure s’è pensato di fare, non avrebbe senso in tempo di guerra”, perché lo Stretto è un imbuto largo una quindicina di miglia che separa il Golfo Persico dal Golfo di Oman e dove transita un quinto del greggio del Mondo. Per attraversarlo, è necessario lambire la costa iraniana: le navi hanno poco spazio per evitare gli attacchi e l’Iran dispone di missili, droni, battelli veloci e navi posa mine. In questo quadro, diventa credibile la minaccia dell’Iran, che pareva una smargiassata ‘alla Trump’, di fare salire il prezzo del petrolio a 200 dollari al barile – ieri è tornato sopra quota cento -. I dati dell’inflazione negli Usa, pubblicati ieri, non riflettono ancora l’impennata dei costi dell’eneergia, perché si riferiscono a febbraio. E il presidente russo Vladimir Putin, uno dei pochi beneficiari dell’impennata dei prezzi, si prende lo sfizio d’ironizzare sull’affidabilità di Washington come facilitatore dei negoziati tra Russia e Ucraina visto come sono andate a finire le trattative Usa – Iran mediate dall’Oman: “Non ci si può fidare – è il pensiero che Politico attribuisce al leader russo -, meglio raggiungere i nostri obiettivi con le armi”. Come, in effetti, sta avvenendo, mentre il mondo ha gli occhi fissati non sulle bombe che cadono, in Iran come in Ucraina, ma sulle quotazioni del petrolio che salgono. |





