Domani saranno quattro anni. Millequattrocentosessanta giorni di guerra nel cuore dell’Europa. Un conflitto che doveva durare pochi giorni e che invece si è trasformato in una guerra di logoramento, fatta di trincee, droni, infrastrutture colpite e città svuotate.
I numeri non sono un dettaglio. Secondo il Center for Strategic and International Studies le vittime in quattro anni sono 1,8 milioni. Le Nazioni Unite parlano di oltre 55 mila tra morti, feriti e dispersi civili. Sono 3,7 milioni le persone costrette a fuggire all’interno dell’Ucraina. E la guerra dura ormai da 1.460 giorni, più della campagna italiana nella Seconda guerra mondiale.
Non è uno stallo astratto. È un conflitto che continua ogni giorno.
All’inizio fu l’illusione del blitz. Mosca immaginava una rapida operazione di regime change, una Kiev piegata in poche settimane. Il fallimento dell’assalto alla capitale trasformò l’invasione in una guerra diversa, più lenta e più brutale. Dal tentativo di colpo decisivo si è passati alla strategia del logoramento. Linee che si muovono di pochi chilometri, offensive locali, droni che colpiscono centrali elettriche, città che vivono sotto minaccia costante.
Dopo quattro anni, però, il fronte più insidioso non è solo quello militare. È quello morale.
Lo storico Andrea Graziosi ha proposto una chiave di lettura che colpisce per la sua chiarezza: il meccanismo con cui parte del dibattito occidentale interpreta la guerra russa contro l’Ucraina assomiglia allo schema tipico del femminicidio. Non è una provocazione retorica. È un’analogia sul modo in cui si distribuiscono le responsabilità.
Nel femminicidio, accanto alla condanna formale dell’omicida, emerge spesso una domanda implicita: cosa ha fatto lei? Perché non se n’è andata? Perché non ha accettato un compromesso? Perché non ha evitato lo scontro?
Trasportato sul piano geopolitico, lo schema diventa familiare. Perché l’Ucraina non tratta? Perché non accetta una neutralità imposta? Perché non rinuncia a una parte del territorio in cambio della fine delle ostilità? Perché ha insistito sul proprio percorso europeo e atlantico?
È un passaggio sottile ma decisivo. Non si nega l’aggressione. La si relativizza. Si sposta l’attenzione dalla decisione di invadere alla condotta dell’aggredito. Si suggerisce che, in fondo, qualcosa avrebbe potuto fare per evitare la guerra.
Eppure il 24 febbraio 2022 la Russia ha invaso un Paese sovrano. Non c’era un attacco ucraino in corso. Non c’era un mandato internazionale. C’era una scelta politica precisa: ridefinire con la forza i confini europei. Da allora la linea del Cremlino è rimasta coerente. I negoziati sono stati evocati più volte, ma sempre a partire dai fatti compiuti, cioè dalle conquiste territoriali.
In quattro anni la Russia ha consolidato il controllo su parte del territorio ucraino, circa l’1,3 per cento aggiuntivo rispetto alla situazione iniziale. Un’avanzata lenta, pagata a caro prezzo. La guerra ha devastato infrastrutture, prodotto milioni di sfollati, inciso sulla demografia e sull’economia del Paese. Ma l’obiettivo politico di fondo non è cambiato: subordinare l’Ucraina, impedirne l’autonomia strategica, mantenerla in una sfera d’influenza.
Il negoziato non è un tabù. Nessuna guerra finisce senza una trattativa. Ma una cosa è discutere le condizioni di una pace possibile, un’altra è riscrivere la gerarchia delle responsabilità.
La stanchezza occidentale è comprensibile. Le opinioni pubbliche oscillano. Le priorità interne premono. Gli equilibri politici cambiano. Ma la stanchezza non può diventare un criterio di verità.
Se si accetta che un Paese possa invadere un vicino e poi negoziare partendo dall’occupazione come dato acquisito, il principio che viene meno non riguarda solo Kiev. Riguarda l’intero ordine europeo costruito dopo il 1945 e ridefinito dopo il 1989. Riguarda l’idea che i confini non si cambino con i carri armati.
Quattro anni dopo, la guerra in Ucraina non è solo una linea sul Donbass. È una linea di faglia nella coscienza europea. La domanda non è cosa avrebbe potuto fare l’Ucraina per evitare l’aggressione. La domanda è se l’Europa è disposta ad accettare che la forza torni a essere il criterio ultimo della politica continentale.
E quattro anni dopo, una verità elementare resta intatta: c’è un aggressore e c’è un aggredito. Non è una formula retorica. È il punto da cui ripartire.





