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Ancora un mese al referendum

21
Febbraio 2026
Di Redazione

Manca ormai un mese al referendum costituzionale sulla giustizia e, come spesso accade, il dibattito pubblico sembra correre in direzione opposta rispetto al testo che si andrà a votare. La riforma prevede principalmente la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, la ridefinizione dei meccanismi di autogoverno della magistratura e alcune modifiche nei rapporti tra poteri dello Stato. Un intervento strutturale, tecnico, che riguarda l’architettura istituzionale più che l’attualità giudiziaria quotidiana. 
Eppure la discussione si è già trasformata in una gara a chi urla più forte, tra chi la presenta come la salvezza dello Stato di diritto e chi come l’inizio della sua fine.

La politicizzazione crescente del confronto sta facendo perdere di vista il contenuto reale del referendum. Si parla molto di governo e opposizione, pochissimo di ordinamento giudiziario. 
È il destino delle riforme costituzionali italiane: diventano inevitabilmente un plebiscito su chi le propone, anche quando la materia richiederebbe esattamente l’opposto, cioè un giudizio distaccato. Votare per appartenenza è comprensibile nelle elezioni politiche, molto meno quando si tratta di cambiare equilibri istituzionali destinati a durare decenni.

Il punto decisivo è un altro: non esiste quorum. Non conta quanti italiani andranno alle urne, ma solo quanti saranno più motivati a farlo. Una minoranza attiva potrebbe decidere per tutti, e le conseguenze sarebbero comunque generali e di lungo periodo. 
In caso di approvazione, si aprirebbe una stagione nuova nel rapporto tra magistratura e politica; in caso di bocciatura, la materia probabilmente resterebbe congelata per anni. 
Lo abbiamo già visto nel 2016: il referendum costituzionale che segnò la fine politica di Matteo Renzi chiuse di fatto per un decennio qualsiasi discussione organica sull’assetto dello Stato. Non perché il tema fosse risolto, ma perché divenne impraticabile.

In questo clima non aiutano dichiarazioni che spostano il confronto su un terreno emotivo. L’accostamento tra la criminalità organizzata e le ragioni del “sì”, avanzato dal procuratore Nicola Gratteri, è un esempio evidente di quanto il dibattito rischi di degenerare. 
È troppo facile — e pericoloso — trasformare una scelta costituzionale in una distinzione morale tra buoni e cattivi. Così come, sul versante opposto, appare sospetta l’attenzione spasmodica dedicata da certa informazione a casi di malagiustizia recenti, quasi fossero prova diretta della necessità della riforma. 
La separazione delle carriere non risolverà errori giudiziari dovuti a negligenze individuali o a impostazioni ideologiche: il referendum riguarda la struttura, non la perfezione umana.

Il rischio è dunque doppio: votare per tifo oppure non votare affatto. Entrambe le scelte sarebbero una rinuncia alla responsabilità civica su una materia che incide sull’equilibrio dei poteri e sul funzionamento della democrazia. 
Il referendum non chiede di scegliere una maggioranza, ma di decidere come debba funzionare la giustizia per i prossimi decenni.

Per questo l’unica posizione davvero difficile da difendere è l’astensione. Si può votare sì o no, con convinzione o con dubbio, ma non delegare. Anche se andassero alle urne in pochi, la decisione varrà per tutti. Ed è proprio questa la ragione principale per cui, a prescindere dall’esito auspicato, conviene partecipare.