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L’Europa dei gamberi che avanzano e l’America delle portaerei
Di Giampiero Gramaglia
Il Vertice europeo informale svoltosi ieri in un castello delle Fiandre ha visto l’avanzata dell’Europa dei gamberi: quella che – complici media influenzabili – fa passare per obiettivi innovativi sul fronte della competitività vecchi mantra già contenuti nei Trattati di Roma del 1957 e ancor più in quello di Maastricht del 1992, il completamento del mercato interno e l’azzeramento delle barriere interne; e che, sotto quella copertura, fa invece passi indietro sul fronte della lotta al cambiamento climatico, sacrificando interessi economici a breve termine al bene comune a lungo termine, e della solidarietà e dei diritti umani, adottando o almeno avallando politiche anti-migranti che ignorano la demografia ed esaltano il populismo, facendo leva sulla paura e sulla sicurezza.
È l’Europa che scopre come se fosse un’epifania che non è necessario fare le cose tutti insieme, quando si vogliono fare passi in avanti. In quasi 70 anni di integrazione europea, non c’è mai stato un progresso fondamentale sulla strada dell’integrazione – dalla libera circolazione delle persone alla moneta unica – che sia stato fatto “tutti insieme”. E’ sempre successo “avanti con chi ci stava”; e gli altri avrebbero, volendolo, seguito.
Mentre, per finanziare gli investimenti necessari a garantire un’autonomia della difesa dell’Europa e una sovranità tecnologica, venuta meno l’affidabilità dell’America, almeno fin quando è nelle mani del duo ‘europafobico’ Donald Trump – JD Vance, la via maestra è quella del debito comune: via da sempre considerata nell’interesse dell’Italia e da sempre osteggiata dai cosiddetti ‘Paesi frugali’, Germania e Olanda in testa; e ora rinnegata o almeno accantonata per non disturbare il manovratore, cioè la Germania del cancelliere Friedrich Merz, più impegnata a ricorrere voti sul terreno dell’Afd che a perseguire un destino europeo.
Che i venti invitati non si sa bene da chi (Italia, Germania e Belgio in linea di massima, ma Berlino e Bruxelles tendono a lasciare il cerino a Roma) al pre-Vertice nelle Fiandre non siano una pattuglia di avanguardisti europei, ma piuttosto un’armata brancaleone di nazionalismi a diversa intensità lo dimostra la loro composizione, con dentro Ungheria, Rep. Ceca e Slovacchia, i meno europeisti e più ‘filo-russi’ fra i 27, e fuori, fra gli altri, Spagna e Portogallo: il minimo comune denominatore non è l’europeismo, ma scelte politiche di destra o moderate, dove prevale l’attenzione alle imprese, piuttosto che di centro-sinistra, dove prevale l’attenzione al sociale.
Che poi qualcuno creda davvero che l’asse italo-tedesco, termine che solo a usarlo mette i brividi, possa sostituirsi al tradizionale asse portante europeo franco-tedesco appartiene alla serie di storie del pifferaio di Hammelin: l’Italia, che è oggi politicamente più stabile di Francia e Germania, dovrebbe sfruttare questa sua momentanea prerogativa per consolidare la coesione europea e non per incrinarla.
E fa poi specie sentire parlare di Europa federale da parte di forze intrinsicamente nazionaliste, ignorando che un’Europa federale si costruisce conferendo più sovranità all’Europa e non certo rinazionalizzando scelte e politiche; e, in particolare, abolendo il vincolo dell’unanimità, cioè il diritto di veto, sulle politiche estere e di difesa e di sicurezza.
Sui principali media Usa, c’è in generale scarsa attenzione per il Vertice europeo. Fa eccezione Politico che anticipa, in chiave ucraina, l’annuale conferenza sulla sicurezza di Monaco, che si svolge in questo fine settimana, e scrive: “Mentre i leader arrivano a Monaco, il destino dell’Ucraina è in bilico: il tentativo dell’Amministrazione Trump di fare finire la guerra non ha prodotto passi avanti decisivi, mentre il conflitto s’avvicina al suo quarto anniversario”.
Nell’edizione europea, Politico dà rilievo a un sondaggio secondo cui gli alleati degli Usa nella Nato non credono più che l’America del presidente Trump sia fonte di deterrenza: “La reputazione che va erodendosi degli Stati Uniti solleva nuovi interrogativi sulla stabilità dell’ordine globale, che ha tenuto per decenni, e sulla forza del Paese sulla scena mondiale”.
Politico legge nel Vertice in Belgio una spinta dell’Europa per rendersi meno dipendente da Trump, anche se – scrive – “i leader dei 27 non sono ancora tutti sulla stessa pagina su come prendere le distanze dagli Stati Uniti”.
A testimoniare per l’ennesima volta il carattere spesso contraddittorio dell’Amministrazione Trump, c’è la notizia che la portaerei Gerald R. Ford, forse la più moderna dell’arsenale navale Usa, sta facendo rotta, con la sua squadra, dai Caraibi verso il Medio Oriente, dove affiancherà la Lincoln, già presente. Trump rafforza così la pressione militare sull’Iran, proprie mentre si dichiara fiducioso che i negoziati in corso tra Washington e Teheran porteranno a un accordo entro marzo.
Il bastone e la carota: è una vecchia storia. Ma con Trump non si sa mai se l’obiettivo è fare avanzare l’asino della pace con la carota o dargli una bastonata intesta, con il rischio di fare scoppiare una guerra.





