Politica

Teoria dell’apparire: consenso, identità e dilemmi nel centrodestra

06
Febbraio 2026
Di Alessandro Caruso

“Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?” Moretti aveva sintetizzato benissimo la teoria dell’apparire, che in questi giorni è balzata in cima alle cronache da Transatlantico, dopo la fuoriuscita di Vannacci dalla Lega (chiamarla scissione francamente sembra un po’troppo velleitario). In quella famosa telefonata, Michele aveva rivelato un problema reputazionale: serviva una strategia.

Non meraviglia che la stessa frase sia comparsa varie volte nella dialettica politica, la citarono Prodi, Fini, Gasparri, Civati, la Serracchiani, in epoche e in contesti differenti. Ma il senso era sempre lo stesso: la questione della ricerca del consenso. Una questione vitale per i partiti e di fronte alla quale ognuno costruisce, di volta in volta, una particolare strategia. La Lega, ad esempio, negli ultimi anni il consenso lo ha rincorso, spesso alla ricerca dei modi più populisti per diventare un punto di ascolto per le sacche di disagio presenti nel Paese. Vannacci è un frutto di questo metodo. Quando in generale ha cominciato con le sue prime cannonate antiborghesi, fomentando l’uomo-comune, Salvini non ci ha messo molto ad arruolarlo. Mieteva consenso, quindi andava bene. Il problema però è che negli anni la Lega è diventato il partito del centrodestra con l’anima più ambivalente: è cattolico ma xenofobo, nordico ma nazionale, sovranista ma strizza l’occhio all’imperialista Putin. E sul progetto federalista rischia di innescare una fronda interna tra i leghisti del Sud.

In Forza Italia la strategia cambia: è un faro per la famiglia dei liberali di ogni latitudine politica. Il consenso non lo insegue, lo attira. Ovviamente, come in tutte le fasi storiche, il consenso è fluttuante, dipende anche molto dal carisma dei capi, ma il metodo del partito è sempre rimasto lo stesso: niente scossoni valoriali, l’identità non si svende, semmai si attualizza con qualche operazione pubblicitaria, ma l’alfabeto è sempre rimasto uguale, dal 1994 ad oggi.

Fratelli d’Italia è la tradizione conservatrice. Anche qui, l’identità è una cosa seria. Con una piccola differenza. Europeista e atlantista Forza Italia lo è sempre stata. FdI no. Fu in quel famoso Primo Maggio del 2022, quando il partito cominciò ad annusare la vittoria alle Politiche di settembre e la possibilità di diventare il primo partito di governo, che si impresse la definitva svolta ideale. Una mossa di opportunità, vero, ma scaltra e intelligente. Farla digerire a tutti i livelli di partito, poi, non è stato difficile, grazie anche al grande carisma della leader Giorgia Meloni e alla forte legittimazione interna di cui gode, da Aosta a Santa Maria di Leuca.

E la strategia di consenso di Vannacci? Diamogli tempo e vediamo, perché da quanto si legge in questi giorni il suo più che un battaglione sembra l’armata Brancaleone. Entra nella coalizione? O aspetta che glielo chiedano? Lo stesso dilemma della famosa telefonata. Michele alla fine aveva deciso: basta allora non vengo!

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