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La tregua olimpica non c’è e non ci sarà, ma almeno si negozia
Di Giampiero Gramaglia
Nella settimana d’apertura dei Giochi invernali di Milano Cortina, gli appelli alla tregua olimpica da tutte le guerre si moltiplicano. Ne parla accorato Papa Leone XIV all’Angelus, “Queste grandi manifestazioni sportive sono un forte messaggio di fratellanza e ravvivano la speranza di un mondo in pace: è anche questo il senso della tregua olimpica… Auspico che quanti hanno a cuore” la pace “e hanno posizioni d’autorità, “sappiano compiere in questa occasione gesti concreti di distensione e di dialogo”. Ne parla il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, aprendo a Milano i lavori del Cio, il Comitato internazionale olimpico, ed evocando un’espressione del Papa: “Chiediamo, con ostinata determinazione, che la tregua olimpica venga ovunque rispettata, che la forza disarmata dello sport faccia tacere le armi”. E ne parla l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, rilanciando l’appello alla tregua olimpica contenuto in una risoluzione approvata lo scorso autunno e riproposta dalla presidente in esercizio Annalena Baerbock.
Nessuno, però, né Papa Leone, né il presidente Mattarella, né la presidente Baerbock, già ministra degli Esteri tedesca, s’illude che la tregua – uno dei miti dell’antichità, spesso tradito anche allora – sia davvero rispettata. Ma accade che l’apertura dei Giochi coincida con una fase di negoziati densa: per fare finire la guerra in Ucraina, che fra tre settimane entrerà nel quinto anno, e per sventarne una con l’Iran, oltre che per il passaggio alla seconda fase del ‘piano di pace’ per il Medio Oriente.
Purtroppo, le cronache che arrivano dai teatri di conflitto attuali e potenziali restano cruente: solo per citare alcuni degli episodi dall’inizio della settimana, ennesimi bombardamenti sull’Ucraina, con vittime civili; una strage di palestinesi nella Striscia di Gaza – oltre 20 le vittime, soprattutto donne e bambini -, seguita al ferimento d’un militare israeliano lungo la linea gialla oltre la quale l’esercito israeliano s’è attestato; e, nel Golfo, l’abbattimento di un drone iraniano che s’avvicinava “in modo aggressivo” alla portaerei Usa Lincoln.
Le Olimpiadi sicuramente non c’entrano, ma da giorni le parole del presidente Usa Donald Trump sono meno minacciose. Forse Trump è disturbato dagli sviluppi interni: la pubblicazione di milioni di files sull’ ‘affare Epstein’; il parziale ritiro della polizia anti-migranti da Minneapolis, 700 agenti in meno dopo i letali episodi di gennaio; e le scoppole elettorali subite dai repubblicani in Texas, segnale di disapprovazione delle scelte economiche e anti-migranti della sua Amministrazione e campanello d’allarme in vista del voto di midterm del 5 novembre.
Medio Oriente: Iran, qualcosa forse si muove; Striscia di Gaza, ammoina a Rafah
Sui fronti mediorientali, i colloqui tra Usa e Iran inizieranno domani a Mascate, in Oman, avendo come protagonisti il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ed i negoziatori statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner, che sono nella Regione da giorni e sono già stati in Israele..
Ci sono state incertezze e palpitazioni, specie nella giornata di ieri, sul formato, l’agenda e il luogo della trattativa, ma, alla fine, con la mediazione di Egitto, Qatar e Turchia, la diplomazia ha ripreso il sopravvento: a Mascate, non si parlerà solo del programma nucleare iraniano, ma pure dei missili di Teheran e della repressione delle proteste contro il regime del mese scorso.
Invece, nella Striscia di Gaza il passaggio alla seconda fase procede, ammesso che proceda, a ritmo molto lento: la riapertura del valico di Rafah tra la Striscia e l’Egitto, annunciata da Israele, è quasi una finta: si transita solo a piedi e solo in un senso – si esce ma non si entra -, 50 persone al giorno, sempre sotto il controllo esclusivo dell’esercito israeliano.
Le condizioni di vita dei palestinesi nella Striscia, circa due milioni di persone, restano precarie. E Israele ha ammesso, per la prima volta, che due anni di conflitto hanno fatto circa 70 mila vittime palestinesi.
Ucraina: si negozia ad Abu Dhabi, con prospettive limitate
Sul fronte ucraino, Abu Dhabi è da ieri tornata ad essere teatro dei colloqui russo – ucraini, che, mediati dagli Usa, proseguono oggi. Il capo negoziatore ucraino Rustem Umerov ha definito “sostanziale e produttivo” il primo round. Ma le possibilità che decisioni politiche significative possano scaturire da questi incontri prevalentemente tecnici sono scarse.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky dice di aspettarsi al massimo un’intesa per uno scambio di prigionieri e, in un’intervista a France 2, afferma che 55 mila soldati ucraini sono stati uccisi dall’inizio della guerra, quasi quattro anni or sono, e che “molti” sono dati per dispersi – una cifra più bassa delle stime finora diffuse da centri studi e organizzazioni non governative -.
I nodi delle trattative restano i territori da cedere alla Russia e le garanzie di sicurezza per l’Ucraina dopo la fine del conflitto. Ieri, di Ucraina s’è anche parlato nelle telefonate tra il presidente cinese Xi Jinping e i presidenti russo Vladimir Putin e Usa Trump – con il pretesto del capodanno cinese -.
Fin quando i negoziati non si sbloccheranno su questi punti, continueranno i combattimenti al fronte e i bombardamenti sulle città e le infrastrutture ucraine. Il contesto internazionale è stato peggiorato, ieri, dalla scadenza dell’ultimo trattato nucleare esistente tra Usa e Russia, lo Start-2, al cui rispetto Washington e Mosca non sono più tenuti. Se Papa Leone XIV invita “a scongiurare una ripresa della corsa agli armamenti”, Trump vuole coinvolgere la Cina nelle trattative per la limitazione delle armi nucleari e Xi, per il momento, non ci sta.





