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Davos certifica il nuovo disordine globale, Trump lo rende operativo
Di Beatrice Telesio di Toritto
Il World Economic Forum di Davos di quest’anno non ha avuto il sapore delle grandi svolte né quello delle dichiarazioni destinate a cambiare il corso degli eventi, ma ha assolto a una funzione forse più significativa: certificare in modo definitivo che il disordine globale non è più una fase di transizione, bensì una condizione strutturale. Nei panel ufficiali come nelle conversazioni informali tra leader politici, manager e investitori, il lessico dominante è apparso profondamente diverso rispetto al passato recente: meno enfasi sulla crescita come traiettoria naturale, meno fiducia nella globalizzazione come meccanismo neutro, più attenzione alla sicurezza, alla resilienza e al controllo delle catene del valore. A Davos si è preso atto che il rischio geopolitico non è più uno shock esterno da assorbire, ma una variabile permanente intorno a cui costruire strategie industriali, commerciali e finanziarie, in un’economia che si riorganizza sempre più per blocchi, sacrificando efficienza e apertura in nome della protezione e del posizionamento strategico. In questo quadro si inseriscono le mosse e le dichiarazioni di Donald Trump, che funzionano da acceleratore politico di ciò che a Davos viene discusso con toni più cauti. L’uscita sulla Groenlandia non va letta come una provocazione isolata o come una semplice forzatura comunicativa, ma come il segnale coerente di una strategia che utilizza territori strategici, risorse e sicurezza come leve dirette di pressione geopolitica, riportando in primo piano una logica di potenza che molti pensavano archiviata. Allo stesso modo, l’annuncio di nuovi dazi contro partner e alleati europei conferma che la politica commerciale statunitense è ormai apertamente strumentale: il commercio non è più un terreno di cooperazione regolata, ma uno strumento di negoziazione e di pressione, utilizzato in modo selettivo e punitivo anche nei confronti di Paesi formalmente alleati. Le reazioni europee, osservate tra Davos e le capitali, raccontano tutta la difficoltà di questo passaggio. Da un lato l’Unione continua a parlare il linguaggio delle regole, del multilateralismo e della stabilità, dall’altro prende atto che questo impianto è sempre più sotto stress in un contesto dominato dal ritorno della forza e dalla competizione strategica. I dazi colpiscono nervi scoperti come export e filiere industriali, mentre il dossier Groenlandia riporta al centro questioni sensibili legate all’Artico, alla difesa e all’autonomia strategica europea, evidenziando al tempo stesso la fragilità di una risposta comune ancora troppo frammentata. Il filo che lega Davos e Washington è evidente: mentre il forum svizzero prende atto del cambio di paradigma e ne misura i rischi, la politica americana lo rende operativo senza mediazioni. A Davos si parla di rischi sistemici, a Washington questi rischi diventano decisioni immediate; a Davos si invoca stabilità, Trump utilizza la volatilità come strumento negoziale. È questa tensione a definire l’orizzonte dei prossimi mesi e dell’intero 2026, segnando l’ingresso definitivo in una fase in cui la frammentazione dell’ordine internazionale non è più un’ipotesi teorica ma un dato strutturale. Per Paesi come l’Italia, fortemente integrati nei mercati globali e dipendenti dall’export, questo scenario non è astratto: significa confrontarsi con un contesto in cui le scelte geopolitiche incidono direttamente su crescita, industria e margini di manovra della politica economica, imponendo un adattamento rapido a un mondo già entrato, di fatto, nell’era post-globale.





