Da vecchi appassionati di politica giudiziaria avremmo potuto dedicare spazio all’inchiesta aperta dalla Procura di Roma sui 4 componenti il Collegio del Garante Privacy, ma poi ci siamo detti: cosa c’è da dire quando gli atti sono già stati sintetizzati dai servizi di Report?
O forse è il contrario, e sono i servizi ad aver funzionato da traccia per le successive motivazioni dei decreti di perquisizioni eseguiti ieri?
Sembra quasi di assistere alla conversazione tra l’umano e ChatGPT: il 1°, con le fattezze della nota trasmissione “d’inchiesta”, ha scritto il prompt dettagliando teorie e connessioni per arrivare ad accuse che puzzano già di condanna; il 2°, come un diligente algoritmo giudiziario, ha eseguito mutando la forma di quelle teorie e facendole diventare avviso di garanzia, decreto di perquisizione e chissà cos’altro.
Per questo, meglio evitare e concentrarsi su un tema su cui una fotografia potrebbe tornare utile: la Groenlandia.
In questi ultimi giorni di gennaio, la questione della Groenlandia è emersa con forza nel dibattito europeo, diventando uno dei dossier geopolitici più delicati di questa fase. Le rinnovate dichiarazioni provenienti dagli Stati Uniti sulle mire strategiche verso l’isola – territorio autonomo sotto sovranità danese – hanno costretto l’Unione Europea a uscire da una postura attendista e a interrogarsi su cosa significhi, oggi, difendere uno spazio che è europeo sul piano giuridico, ma globale sul piano strategico.
A Washington il tema è stato riportato apertamente nel dibattito politico, con toni che in Europa sono stati letti come volutamente provocatori. L’Artico viene considerato dagli Stati Uniti una frontiera cruciale nella competizione con Russia e Cina, e la Groenlandia ne rappresenta il perno geografico, militare e tecnologico.
In Europa, però, l’idea che un alleato storico possa anche solo evocare un’azione unilaterale su un territorio europeo ha acceso più di un campanello d’allarme. La risposta europea, almeno per ora, si è mossa su un doppio binario.
Da un lato, alcuni Paesi – guidati dalla Danimarca e con l’immancabile presenza di Francia e Germania – hanno promosso e rafforzato esercitazioni militari congiunte in Groenlandia, coinvolgendo contingenti di diversi Stati membri e partner nordici.
Si tratta di una presenza limitata, simbolica, ma politicamente significativa: “farsi vedere”, senza alzare il livello dello scontro.
Dall’altro lato, a Bruxelles si è riaperto il dibattito su una possibile presenza coordinata sotto ombrello europeo o per ricondurre il dossier artico dentro una cornice multilaterale condivisa.
In questo contesto l’Italia ha scelto, come spesso accade, una linea di cautela e razionalità. Nessuna escalation verbale, nessuna adesione entusiastica a letture allarmistiche delle dichiarazioni americane, ma una posizione chiara: la sovranità danese non è in discussione e qualsiasi esigenza di sicurezza va affrontata all’interno delle alleanze esistenti.
Giorgia Meloni ha escluso scenari di forza, ribadendo la centralità della NATO come luogo naturale in cui comporre interessi e tensioni. Una postura coerente anche con il Piano per l’Artico presentato dal Ministro degli Esteri, che punta su cooperazione, sicurezza condivisa, sviluppo sostenibile e rispetto del diritto internazionale.
Il profilo internazionale della Presidente del Consiglio è stato rafforzato anche dalla sua visita in Giappone, dove ha celebrato il compleanno in un contesto tutt’altro che privato: incontri istituzionali, dialogo con uno dei principali partner asiatici dell’Italia, conferma di una strategia che guarda sempre più all’Indo-Pacifico come area di equilibrio globale. In più, grandi abbracci con la Premier Takaichi e un bel selfie con le fattezze dei film di Miyazaki.
Sul fondo, però, resta una contraddizione difficile da ignorare. Mentre sull’Artico gli Stati Uniti sollecitano – o impongono – una discussione con gli alleati, su altri dossier strategici continuano a muoversi in totale autonomia.
In Iran e in Venezuela, Washington ha adottato iniziative unilaterali senza nemmeno porsi il problema di una consultazione preventiva con gli europei. È un approccio che alimenta, a Bruxelles, una crescente frustrazione: alleati quando serve legittimazione, spettatori quando si passa all’azione.
La Groenlandia diventa così un caso emblematico. Non solo per la sua importanza strategica, ma perché mette a nudo il vero nodo della politica internazionale europea: la difficoltà di trasformare l’unità di principio in capacità di iniziativa.
L’Europa prova a mostrarsi compatta, presente, responsabile. Gli Stati Uniti continuano a giocare la partita globale secondo logiche proprie. In mezzo, Paesi come l’Italia cercano di tenere insieme alleanza atlantica e autonomia di giudizio, consapevoli che lo spazio per manovrare è stretto, ma che rinunciare a farlo sarebbe ancora più rischioso.





