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Panetta avverte: l’economia italiana ha retto, ma senza produttività e capitale umano la crescita resterà fragile

15
Gennaio 2026
Di Beatrice Telesio di Toritto

L’economia italiana ha dimostrato negli ultimi anni una capacità di adattamento che ha sorpreso osservatori e mercati, riuscendo a tornare su ritmi di crescita del Pil in linea con la media dell’area euro dopo una stagione segnata da shock profondi, ma questa resilienza non basta a garantire un futuro di sviluppo robusto e duraturo. È questo il filo conduttore dell’intervento con cui Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia, ha inaugurato l’anno accademico 2025-2026 dell’Università degli Studi di Messina, tracciando una diagnosi insieme realistica e preoccupata sullo stato del Paese. Dopo anni in cui politiche fiscali espansive e crescita dell’occupazione hanno contribuito a compensare la perdita di potere d’acquisto legata all’inflazione, riportando il reddito reale disponibile delle famiglie su livelli pre-shock, la fase che si apre è diversa: i margini di bilancio sono limitati, gli interventi pubblici non possono diventare una leva permanente e la crescita dei redditi non può più poggiare su misure temporanee. Senza un deciso cambio di passo sul fronte della produttività, avverte Panetta, il rallentamento già visibile rischia di consolidarsi in una traiettoria di crescita modesta per i prossimi anni, con effetti diretti su salari, competitività e coesione sociale. A rendere il quadro ancora più stringente è il vincolo demografico, definito dal governatore come uno dei nodi strutturali più critici per l’economia italiana: secondo le proiezioni, entro il 2050 il Paese perderà oltre sette milioni di persone in età lavorativa e, anche ipotizzando un aumento della partecipazione al mercato del lavoro, l’Istat stima una riduzione delle forze di lavoro di oltre tre milioni di unità. In assenza di una crescita significativa della produttività, questo squilibrio si tradurrà inevitabilmente in una riduzione del Pil e del benessere complessivo, con pressioni crescenti sul sistema di welfare, sul mercato del lavoro e sulle reti familiari, già oggi evidenti soprattutto nelle aree interne e nel Mezzogiorno. Qui l’invecchiamento della popolazione è amplificato dalla mobilità dei giovani, che sempre più spesso lasciano i territori d’origine per cercare opportunità migliori nelle grandi città o all’estero, impoverendo ulteriormente il capitale umano locale. Il tema demografico si intreccia con quello della natalità, scesa nel 2024 a circa 370 mila nuovi nati, il livello più basso dal dopoguerra, con indicazioni preliminari che segnalano un possibile ulteriore calo nel 2025. Panetta sottolinea come le scelte di genitorialità siano influenzate da fattori culturali ed economici comuni a molte economie avanzate, ma in Italia aggravati dalla carenza di servizi per l’infanzia, dall’instabilità lavorativa dei giovani e da una persistente disparità nella divisione dei carichi di cura, che continua a penalizzare soprattutto le donne. In questo quadro, il governatore respinge l’idea di una contrapposizione tra occupazione femminile e fecondità, ricordando che nei Paesi con tassi più elevati di partecipazione delle donne al lavoro si registrano spesso livelli di natalità superiori, e che anche in Italia le regioni con maggiore occupazione femminile tendono ad avere tassi di fecondità più alti. Le politiche pubbliche possono attenuare il declino demografico, pur con effetti che si manifestano nel medio-lungo periodo, e vanno lette come investimenti ad alto rendimento sociale: dai servizi educativi per la prima infanzia agli strumenti di sostegno al reddito, come l’assegno unico e i bonus per gli asili nido, fino ai congedi parentali e alle misure di decontribuzione. Ma il messaggio centrale resta che il vero moltiplicatore di crescita passa dall’investimento in capitale umano, istruzione, ricerca e innovazione, intesi non solo come scelte individuali ma come responsabilità collettiva. È su questa combinazione, conclude Panetta, che si gioca la possibilità di trasformare una fase di adattamento riuscito in un percorso di sviluppo sostenibile, capace di reggere l’urto delle trasformazioni globali e di un inverno demografico che, senza correttivi strutturali, rischia di diventare il principale freno al futuro economico del Paese.

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