Politica

Meloni tra visione internazionale e nodo parlamentare

10
Gennaio 2026
Di Beatrice Telesio di Toritto

La conferenza stampa della presidente del Consiglio segna un passaggio politico rilevante perché mette in fila, con una coerenza rara nel dibattito pubblico, la traiettoria che il governo intende seguire nel 2026: una forte proiezione internazionale, rivendicata come cifra identitaria dell’esecutivo, e un’agenda interna che si annuncia densa ma strutturalmente fragile sul piano parlamentare. Sul fronte estero, Meloni ha scelto di collocare l’Italia dentro coordinate molto nette, ribadendo l’ancoraggio euro-atlantico come perno non negoziabile della politica estera nazionale, anche quando questo comporta divergenze con singoli alleati, come nel caso delle posizioni di Donald Trump su Groenlandia e diritto internazionale. L’insistenza sulla deterrenza come strumento di pace in Ucraina, il sostegno alla prospettiva di una forza multinazionale europea come garanzia di sicurezza e l’apertura a un ruolo più attivo dell’Europa nel dialogo con la Russia, purché non disarticolato, restituiscono l’immagine di una premier che prova a tenere insieme fermezza strategica e realismo politico. In parallelo, il Medio Oriente viene presentato come il terreno su cui l’Italia può giocare un ruolo distintivo, non solo umanitario ma anche operativo, con l’offerta di formazione delle forze di sicurezza palestinesi e una disponibilità esplicita a non escludere forme di partecipazione più avanzate, nel quadro della soluzione dei due Stati. È una narrazione che rafforza l’idea di un’Italia non marginale, capace di spendere capitale politico grazie a una credibilità costruita su rapporti bilaterali e multilaterali. Questa stessa impostazione si riflette nei dossier europei, dove Meloni rivendica di aver inciso sull’agenda dell’Unione, in particolare su migrazioni e Green Deal, spostando l’asse dal linguaggio redistributivo a quello della difesa dei confini, dei rimpatri e di un approccio pragmatico alla transizione. Anche sul Mercosur emerge una linea coerente: apertura agli accordi di libero scambio, ma solo se accompagnata da una revisione dell’iper-regolazione interna europea, considerata insostenibile per il sistema produttivo. Sul piano interno, tuttavia, la conferenza stampa lascia intravedere una tensione strutturale. Da un lato, il governo rivendica risultati macroeconomici incoraggianti su occupazione, crescita e potere d’acquisto, difendendo le proprie scelte su salari, pensioni ed energia come realistiche e non ideologiche; dall’altro, la mole di interventi annunciati – dal Piano casa alla produttività, dalla natalità alla sicurezza, fino alla giustizia e al referendum sulla separazione delle carriere – si scontra con un’agenda parlamentare che si preannuncia congestionata. La riapertura dei lavori di Camera e Senato nel 2026, come emerge anche dall’analisi dei primi dossier all’attenzione del Parlamento, avviene infatti in un contesto in cui la decretazione d’urgenza rischia di tornare a essere lo strumento prevalente per garantire tempi certi alle priorità dell’esecutivo, tra correttivi, conversioni e provvedimenti omnibus. È un rischio che non riguarda solo la quantità dei decreti, ma la qualità del rapporto tra governo e Parlamento, chiamato a ratificare scelte già definite più che a costruirle. In questo senso, la conferenza stampa di Meloni funziona anche come un atto di posizionamento preventivo: rafforzare la legittimazione politica dell’esecutivo sul piano internazionale e programmatico, sapendo che sul fronte interno la sfida non sarà tanto l’indirizzo quanto la capacità di reggere, senza logoramenti eccessivi, un ciclo legislativo che potrebbe essere dominato dall’urgenza più che dalla riforma ordinaria.