Salute
Salute mentale, la mini rivoluzione che parte dalla psicologia di base e mette i giovani al centro delle politiche pubbliche
Di Beatrice Telesio di Toritto
La salute mentale è entrata definitivamente nel perimetro delle grandi politiche pubbliche, ma lo fa con un ritardo strutturale che pesa soprattutto sulle nuove generazioni. I numeri raccontano una realtà che non può più essere trattata come un’emergenza episodica: disturbi d’ansia, depressione e disagio psicologico sono diventati fenomeni diffusi e persistenti, con un impatto diretto sulla qualità della vita, sui percorsi educativi e sulla capacità di costruire relazioni e futuro. In questo quadro, la vera svolta non sta tanto nell’annunciare nuovi fondi o misure straordinarie, quanto nel ripensare il modello stesso di presa in carico, spostando l’asse dalla risposta tardiva alla prevenzione diffusa e accessibile. È qui che la psicologia di base assume un ruolo centrale, non come servizio residuale ma come infrastruttura sociale, capace di intercettare il disagio prima che si trasformi in patologia cronica o esclusione sociale. Il tema riguarda in modo particolare i giovani, che negli ultimi anni hanno pagato il prezzo più alto alle trasformazioni accelerate della società, dalla pandemia all’iperconnessione digitale, dalla pressione sulle performance scolastiche e lavorative all’incertezza economica e climatica.
La domanda di supporto psicologico è cresciuta in modo evidente, ma l’offerta pubblica resta frammentata, disomogenea e spesso legata a sperimentazioni temporanee, con il rischio di ampliare le disuguaglianze territoriali e sociali. Parlare di mini rivoluzione significa allora riconoscere che la salute mentale non può essere delegata solo ai servizi specialistici o alle famiglie, ma deve diventare una responsabilità collettiva, integrata nei luoghi della vita quotidiana come scuole, università, servizi sociali e medicina territoriale. La psicologia di prossimità non banalizza il problema, ma rappresenta un cambio di prospettiva che punta a rafforzare le competenze emotive, la capacità di gestione dello stress e l’alfabetizzazione psicologica fin dall’adolescenza, riducendo lo stigma e normalizzando la richiesta di aiuto. In questo senso, investire sui giovani significa anche investire sulla sostenibilità futura del sistema sanitario, perché prevenire oggi vuol dire ridurre domani il carico di patologie complesse e costose. Il nodo resta la governance: senza una regia chiara e stabile, il rischio è che le iniziative restino isolate, affidate a bonus o bandi a tempo, incapaci di incidere davvero sulle traiettorie di vita delle persone.
La sfida è prima culturale e poi finanziaria, perché richiede di superare una visione emergenziale della salute mentale e di riconoscerla come componente strutturale del benessere individuale e collettivo. In un Paese che invecchia e fatica a offrire prospettive solide alle nuove generazioni, la capacità di ascoltare e sostenere il disagio giovanile diventa una leva di politica pubblica a tutti gli effetti, con ricadute su istruzione, lavoro, coesione sociale e crescita. La mini rivoluzione passa quindi da scelte concrete e quotidiane: rendere la psicologia di base un diritto esigibile, costruire reti territoriali stabili, integrare competenze sanitarie ed educative e smettere di considerare la sofferenza psicologica come un problema individuale da affrontare in solitudine, perché solo così la salute mentale può diventare uno dei pilastri delle politiche per il futuro.





