News
L’Europa del 2026: gestire la complessità in un mondo frammentato
Di Gianni Pittella
Se Antonio Gramsci potesse osservare il panorama geopolitico del 2026, probabilmente rispolvererebbe la sua celebre definizione di “interregno”: una fase in cui il vecchio muore e il nuovo non può ancora nascere. Se osserviamo lo scenario internazionale che si profila nel 2026, l’immagine che emerge non è quella di un caos ingovernabile, quanto piuttosto di un nuovo (dis)ordine, le cui regole iniziano a definirsi lentamente. Per le cancellerie europee, la sfida non è più l’emergenza, ma la gestione strutturale di una competizione globale di lungo periodo.
La competizione tra Stati Uniti e Cina è entrata in una fase di istituzionalizzazione. Non siamo più di fronte a scossoni improvvisi, ma a un disaccoppiamento controllato. I dazi e le barriere commerciali, un tempo considerati anomalie, sono diventati strumenti standard di politica estera. Tuttavia, il commercio globale non si è fermato; si è semplicemente riorganizzato. Per l’Unione Europea, questo scenario impone un equilibrismo sottile. Bruxelles ha compreso che l’autonomia strategica non significa isolamento, ma diversificazione. Le aziende europee stanno ridisegnando le loro catene di fornitura (il cosiddetto de-risking) per non dipendere da un unico fornitore, sia esso cinese per le materie prime o americano per la tecnologia.
Sul fronte ucraino, il conflitto è evoluto verso una guerra di attrito a bassa intensità ma ad alto costo tecnologico ed economico. La prospettiva di una risoluzione rapida ha lasciato il posto alla necessità di una gestione di lungo periodo. Il dato politico più rilevante del 2026 è il cambio di passo nella responsabilità del sostegno a Kiev. Con gli Stati Uniti sempre più focalizzati sulle dinamiche interne e sul Pacifico, l’Europa si trova, per necessità e virtù, a dover guidare la coalizione di supporto. Questo non è necessariamente un segnale di abbandono americano, ma di una nuova divisione del lavoro transatlantica. L’industria della difesa europea, dopo anni di lentezze, sta finalmente iniziando a produrre risultati tangibili, trasformando la spesa militare da semplice voce di costo a volano di innovazione tecnologica e integrazione continentale.
In Medio Oriente, la fase acuta del conflitto a Gaza ha lasciato spazio a una situazione di stasi complessa. Non si parla ancora di una pace definitiva, ma di un contenimento del rischio. Gli accordi regionali, pur fragili, tengono grazie a un interesse condiviso tra i Paesi del Golfo, l’Occidente e persino attori rivali nell’evitare un’escalation incontrollata che danneggerebbe le rotte energetiche e commerciali. Per l’Europa, la priorità del 2026 è trasformare gli aiuti umanitari e la diplomazia in leve per la stabilità, sapendo che la sicurezza del Mediterraneo è indissolubilmente legata alla capacità di offrire prospettive economiche, e non solo di sicurezza, ai vicini della sponda sud.
Il vero motore del cambiamento nel 2026 è l’intelligenza artificiale, che ha smesso di essere una bolla speculativa per diventare un fattore macroeconomico reale. L’IA sta rimodellando il mercato del lavoro e la produttività. Se da un lato c’è il timore di una dislocazione occupazionale, dall’altro l’Europa vede nell’IA l’unica vera chiave per compensare il calo demografico e mantenere alti i livelli di welfare. La competizione qui è feroce: chi controlla gli algoritmi e i dati controlla il valore aggiunto del futuro. Al centro di questa architettura digitale resta Taiwan. L’isola continua a essere il punto di pressione focale, ma la tensione è gestita con estrema cautela da tutte le parti. La Cina sa che un’azione militare diretta distruggerebbe quell’ecosistema di semiconduttori di cui essa stessa ha bisogno. Il 2026 vede quindi una “guerra di nervi” e di pressione ibrida, ma con la consapevolezza che lo status quo, per quanto teso, è preferibile alla distruzione mutua assicurata.
In conclusione, il 2026 si profila come un anno di sfide complesse ma non insormontabili. L’Europa non può permettersi di essere una spettatrice passiva. Di fronte a un’America più selettiva nei suoi impegni e a una Cina assertiva, il Vecchio Continente deve riscoprire il valore del pragmatismo. La chiave di lettura per i prossimi dodici mesi non è la paura del crollo, ma la capacità di adattamento. In un mondo che non regala più certezze, l’Europa deve imparare a costruire la propria stabilità non più sull’affidamento agli altri, ma sulla propria autonomia strategica. Col buon senso, la coesione istituzionale e la misura a cui ci ha mirabilmente richiamato il Presidente Mattarella nel discorso di fine anno!





