Politica

Europa tra agenda strategica, guerra lunga e ridefinizione del potere

21
Dicembre 2025
Di Beatrice Telesio di Toritto

La settimana che ha visto svolgersi il Consiglio Europeo del 18-19 dicembre offre una fotografia piuttosto nitida di un’Unione Europea che prova a uscire dalla gestione dell’urgenza per entrare in una fase di decisione strategica, pur restando compressa tra vincoli politici, giuridici e geopolitici. L’agenda del vertice non è soltanto densa, ma profondamente politica, perché intreccia dossier che parlano direttamente della natura dell’Unione nei prossimi anni. Il rilancio del tema dell’integrazione dei Balcani occidentali segnala la volontà di recuperare un ruolo geopolitico attivo nello spazio di prossimità, dopo anni di ambiguità e rinvii che hanno lasciato margini di manovra a influenze esterne. Allo stesso tempo, il confronto sul quadro finanziario pluriennale 2028-2034 apre in anticipo una frattura potenziale tra Stati membri su risorse, priorità e capacità di sostenere un’Unione più ambiziosa sul piano della difesa, della transizione industriale e della coesione sociale. In questo scenario, migrazione, sicurezza e competitività geoeconomica funzionano come temi trasversali, perché condensano insieme esigenze di consenso interno e credibilità internazionale, mostrando quanto la dimensione economica e quella strategica siano ormai inseparabili. La guerra in Ucraina resta il vero perno attorno a cui ruota l’intera agenda europea. Le indiscrezioni sui contatti diplomatici e sulle ipotesi di negoziato, rilanciate anche dalla stampa internazionale, non indicano una svolta immediata, ma rivelano una consapevolezza crescente: il conflitto rischia di stabilizzarsi in una fase lunga, con costi politici, economici e sociali che l’Europa non può più trattare come temporanei. Da qui il riemergere del dibattito su garanzie di sicurezza alternative o complementari alla NATO e sull’ipotesi di una forza multinazionale europea, che racconta il tentativo dell’UE di rafforzare una propria autonomia strategica senza rompere l’equilibrio atlantico, ma anche la difficoltà di tradurre questa ambizione in strumenti concreti e realmente condivisi tra i Ventisette. In questo contesto si inserisce la decisione sul prestito da 90 miliardi di euro a favore dell’Ucraina, un passaggio di grande rilievo politico proprio per la scelta di non utilizzare direttamente gli asset russi congelati come garanzia. È una linea di prudenza che riflette timori giuridici, ma soprattutto la volontà di evitare precedenti capaci di destabilizzare l’ordine finanziario internazionale e di alimentare fratture interne all’Unione. Il messaggio a Kiev è quello di un sostegno solido e continuativo, ma incardinato su regole e limiti europei; quello a Mosca è di una pressione sostenibile nel tempo, pensata per durare più della contingenza militare. La risposta del Cremlino, con l’inasprimento della retorica anti-occidentale di Vladimir Putin e l’accusa all’Europa di essere subalterna agli Stati Uniti, va letta soprattutto in chiave interna: una narrazione utile a rafforzare il consenso domestico e a legittimare il protrarsi della guerra come scontro sistemico con l’Occidente, più che come conflitto regionale. Nel complesso, la settimana restituisce l’immagine di un’Unione Europea sospesa tra ambizione e cautela, consapevole che la guerra in Ucraina sta ridefinendo il suo ruolo geopolitico ma ancora incerta sugli strumenti con cui esercitarlo. Il Consiglio Europeo di dicembre diventa così un passaggio chiave non tanto per le decisioni immediate, quanto per la direzione di marcia: capire se l’UE intenda restare un attore reattivo, costretto a inseguire eventi e alleati, o se sia pronta a trasformare una crisi prolungata in un’occasione per consolidare la propria architettura politica, finanziaria e strategica.