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Welfare aziendale, dal sostegno al reddito alla produttività: il confronto tra istituzioni e imprese
Di Beatrice Telesio di Toritto
In una fase segnata dall’aumento del costo della vita e dalla difficoltà di trasferire i rincari direttamente sulle buste paga, il welfare aziendale torna al centro del dibattito come leva concreta per sostenere i lavoratori e rafforzare la competitività delle imprese. È questo il filo conduttore dell’incontro «Il welfare che cambia il lavoro. Nuove misure per rispondere ai bisogni di lavoratori e PMI», svoltosi a Roma nella Sala dell’Istituto di Santa Maria in Aquiro, su iniziativa della Senatrice Paola Mancini, che ha riunito istituzioni e imprese per fare il punto su una trasformazione ormai strutturale del mercato del lavoro. A introdurre il confronto è l’idea che il welfare sia sempre meno percepito come un accessorio e sempre più come una risposta immediata ai bisogni concreti, anche alla luce della crescente diffusione della conversione dei premi di risultato in benefit.
Su questa linea si è inserita la Senatrice Paola Mancini, che ha definito il welfare uno strumento ormai fondamentale, capace di offrire una prima risposta alla perdita di potere d’acquisto e di generare benessere organizzativo e senso di appartenenza. Restano però criticità rilevanti, dalla frammentazione del sistema produttivo alla difficoltà di diffusione nelle piccole imprese, fino alla necessità di superare rigidità burocratiche e relazioni industriali spesso conflittuali.
A portare il punto di vista delle piattaforme è stata Chiara Bassi, VP Global Public Affairs di Coverflex, che ha sottolineato la necessità di passare da un welfare standardizzato a un welfare personalizzato. Il profilo dei lavoratori è cambiato e oggi una parte consistente della popolazione si trova a gestire contemporaneamente esigenze familiari diverse, tra figli e genitori anziani, con un carico economico e organizzativo crescente. Da qui l’esigenza di strumenti più semplici, immediati e capaci di intercettare bisogni concreti, anche molto specifici. La direzione indicata è chiara: rendere il welfare più flessibile, più accessibile e più aderente alle reali esigenze delle persone, superando una logica uniforme che non risponde più alla complessità attuale.
Il punto di vista delle imprese è stato portato da Luca Furfaro, Consulente del lavoro Furfaro & Associati, che ha sottolineato come il welfare debba essere considerato una componente strutturale della remunerazione, utile per affrontare temi come conciliazione vita-lavoro, longevità professionale e benessere dei lavoratori, ma ancora frenato da complessità operative e incertezze normative. Un’impostazione condivisa anche da Gianni Mignozzi, vicepresidente di ANPIT, che ha definito il welfare uno strumento di politica economica e organizzazione del lavoro, capace di incidere su produttività e competitività, a condizione però di essere costruito a partire dall’ascolto dei bisogni reali dei lavoratori. Resta infatti una forte disomogeneità territoriale e dimensionale, con una diffusione più strutturata nelle imprese medio-grandi e maggiori difficoltà nelle PMI.
A chiudere il confronto è stata Maria Sabrina Guida, direttore generale per le politiche previdenziali del Ministero del Lavoro, che ha collocato il tema nel quadro delle trasformazioni demografiche e tecnologiche, sottolineando come il welfare debba diventare un sistema integrato lungo tutto l’arco della vita, capace di affiancare la previdenza e di valorizzare anche il contributo delle imprese. Nelle conclusioni, la Senatrice Mancini ha ribadito la necessità di rendere il welfare parte integrante del sistema retributivo, superando la logica accessoria e puntando su strumenti più semplici, stabili e accessibili, soprattutto per le piccole e medie imprese.





