Top News

Sanità, il Rapporto C.R.E.A.: serve una nuova fase “costituente” per salvare il Servizio sanitario nazionale

21
Gennaio 2026
Di Giuliana Mastri

Serve una strategia condivisa tra governo e istituzioni per mettere in sicurezza il futuro del Servizio sanitario nazionale, adattando la tutela pubblica ai profondi cambiamenti demografici, sociali e tecnologici e recuperando una reale equità nell’accesso alle cure e negli esiti di salute. È questo il messaggio centrale del 21° Rapporto Sanità del C.R.E.A., il Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità, presentato al CNEL, con cui il Centro collabora stabilmente sui temi della sanità pubblica.

Aprendo i lavori del convegno, il presidente del CNEL Renato Brunetta ha sottolineato come il Rapporto offra «una fotografia particolareggiata del nostro Servizio sanitario» in una fase di «indubbia criticità strutturale», aggravata da trasformazioni demografiche che incidono direttamente su equità, efficienza e sostenibilità del sistema. Brunetta ha richiamato l’attenzione su un elemento spesso trascurato nel dibattito pubblico, concentrato quasi esclusivamente sui livelli di spesa: la longevità. «Cresce la speranza di vita e cresce la domanda di servizi alla persona», ha osservato, evidenziando come l’equilibrio che ha sostenuto il welfare nel Novecento si stia progressivamente spezzando.

Secondo il presidente del CNEL, il modello fondato sull’accumulazione contributiva degli occupati e sull’erogazione dei servizi di welfare non è più sufficiente a reggere le nuove pressioni. Soluzioni immediate non esistono, se non attraverso un deciso ampliamento della base occupazionale. Brunetta ha indicato in particolare i giovani e le donne, soprattutto nel Mezzogiorno, come grandi bacini di lavoro ancora inutilizzati che potrebbero trasformarsi da criticità a opportunità. «Se riuscissimo a portare sul mercato del lavoro tutte le donne e tutti i giovani oggi esclusi», ha spiegato, «avremmo più forza lavoro, più contributi e potremmo avvicinarci ai tassi di occupazione dei Paesi del Nord Europa». Un incremento di circa quattro milioni di occupati, rispetto agli attuali 24 milioni, consentirebbe – secondo questa visione – di affrontare insieme le sfide della longevità, del sistema pensionistico e del welfare sanitario, con benefici in termini di giustizia sociale, inclusione, produttività e parità di genere.

Da qui l’appello del CNEL a uno «sforzo collettivo» per avviare una nuova fase costituente, frutto dell’incontro tra corpi intermedi e governo. Brunetta ha richiamato esplicitamente l’esperienza del Codice di Camaldoli del 1943, che contribuì a gettare le basi della Costituzione sociale della Repubblica italiana grazie a un consenso trasversale tra le diverse famiglie politiche. «Ora come allora», ha concluso, «serve uno spirito costituente per rispondere alle sfide delle grandi transizioni, per il nostro Paese e per l’Europa».

I dati del Rapporto C.R.E.A. restituiscono un quadro che conferma la crescente pressione sulle famiglie. Rispetto agli anni Ottanta, la quota di nuclei che sostengono spese sanitarie private è salita dal 50,8% al 70%, un andamento che si discosta dalla promessa originaria di una copertura universale dei bisogni di salute su cui è stato costruito il SSN. Gran parte di questo incremento si è concentrata negli anni Novanta, quando l’84% dell’aumento delle famiglie con spese sanitarie private si è accompagnato a una crescita della spesa pubblica del 4,4% medio annuo, a fronte di un balzo della spesa privata superiore al 10%. Dopo il 2000, invece, spesa pubblica e privata hanno seguito ritmi simili, smentendo l’idea che il federalismo abbia innescato una privatizzazione strisciante della sanità, processo che si era piuttosto consolidato negli anni precedenti.

La crescita della spesa privata si riflette direttamente sui bilanci familiari: l’incidenza dei consumi sanitari è più che raddoppiata, raggiungendo in media il 4,3% e arrivando al 6,8% tra le famiglie con livelli di istruzione più bassi. Ancora una volta, il peso maggiore ricade sui nuclei meno abbienti, che oggi sostengono una quota di spesa privata salita dal 27,6% al 37,6%.

Per garantire la sostenibilità finanziaria, il Servizio sanitario nazionale ha fatto ricorso nel tempo a forme di razionamento implicito, con un conseguente peggioramento dei livelli di equità. Il Rapporto pone quindi una domanda cruciale: un semplice aumento della spesa può essere risolutivo? Secondo il C.R.E.A., le risorse necessarie sarebbero difficilmente reperibili, anche perché la sanità compete con altri settori strategici per l’allocazione dei fondi pubblici, a partire dall’istruzione, anch’essa fortemente sottofinanziata.

Da questa analisi emerge la necessità di un cambio di paradigma nelle politiche sanitarie e nella regolazione pubblica. L’obiettivo non può più essere solo il mantenimento del Servizio sanitario in senso stretto, ma la costruzione di un vero e proprio Sistema Salute, capace di rispondere a bisogni che non sono più prevalentemente acuti, ma legati a un’idea olistica di benessere e qualità della vita.

Il 21° Rapporto Sanità conclude quindi invocando una revisione profonda dell’intervento pubblico in sanità, attraverso un confronto di tipo “costituente” che ripensi l’assetto complessivo del sistema. Un passaggio ritenuto indispensabile per rendere il SSN adeguato alle aspettative di una popolazione che invecchia e che chiede non solo cure, ma anche equità, continuità assistenziale e migliori condizioni di vita.

Articoli Correlati