Esteri

La migliore strategia per difendere l’Ucraina

29
Aprile 2024
Di Tommaso Carboni

Ora che le armi americane sono state sbloccate, qual è la strategia migliore per difendere l’Ucraina? Bisogna partire da un principio di realismo: non è più possibile liberare militarmente i territori occupati, né in Donbas, né a Zaporizhzhia o Kherson, né in Crimea. Ma con il sostegno americano ed europeo Kiev dovrebbe essere in grado di tenere la linea del fronte – una linea che dall’autunno 2022 è cambiata molto poco nonostante le immense perdite di vite umane. Cos’è servito combattere per tutto questo tempo? Putin accusa in continuazione Zelensky di essere il vero guerrafondaio. O meglio: Zelensky, dice Putin, avrebbe potuto anche fare la pace, ma è stato spinto a combattere dagli alleati – in testa inglesi e americani – col preciso scopo di indebolire la Russia. Anche in Occidente, sotto sotto, non sono in pochi a pensarla così. “La guerra poteva finire in un mese”, ha titolato in prima pagina il Fatto Quotidiano qualche giorno fa. “Pace sabotata da Boris Johnson, Usa e Unione Europea”. Certo, quel giornale è considerato piuttosto filo russo. Eppure non è una tesi del tutto campata in aria. È vero che nelle prime settimane del conflitto i due schieramenti sembravano vicini alla possibilità di un accordo.

Sta proprio lì la chiave per aiutare l’Ucraina: capire perché quel negoziato è saltato. Le trattative sono state ricostruite da un articolo di Foreign Affairs. In quelle prime settimane, scrivono i due autori, stava per accadere qualcosa che oggi ci sembra straordinaria: russi e ucraini avevano quasi finalizzato un accordo che poteva porre fine al conflitto. “Putin e Zelensky sorpresero tutti con la loro reciproca disponibilità a considerare concessioni di ampio respiro”, affermano Samuel Charap, analista del think tank americano Rand Corporation, e Sergey Radchenko, docente alla John Hopkins University.

La cosa importante da rimarcare però è questa: russi e ucraini non raggiunsero mai un testo condiviso. E dall’ultima bozza di quel tentato accordo si capisce che le condizioni che i russi cercavano di imporre erano ancora parecchio sfavorevoli. Quindi non si può dire che l’Ucraina fece male a combattere. Il 2022 del resto è stato un anno di vittorie, la liberazione di Kherson e di migliaia di chilometri quadrati nella regione di Kharkiv. Piuttosto l’errore è venuto dopo: fidarsi troppo degli aiuti occidentali e fissare obiettivi irrealistici nella controffensiva. L’Ucraina probabilmente avrebbe fatto meglio a cercare di trattare un armistizio dopo la caduta di Bakhmut a maggio 2023, scrivono oggi diversi esperti. O comunque rafforzare le linee difensive invece che contrattaccare ancora. 

Ma partiamo dall’inizio. In cosa consisteva quella prima bozza di accordo di pace? La Russia chiedeva la neutralità permanente dell’Ucraina. L’Ucraina in cambio voleva delle garanzie di sicurezza, a cui avrebbero dovuto aderire la Russia insieme a Stati Uniti, Inghilterra e altri paesi alleati. La bozza di accordo, redatta dalla delegazione ucraina e accettata dalla Russia come base del negoziato (una copia è stata poi ottenuta da Foreign Affairs), era presente il 29 marzo 2022 nei colloqui di Istanbul. Nella bozza si affermava che in caso di attacco all’Ucraina, i paesi garanti sarebbero stati obbligati dopo consultazioni fra di loro e con lo stesso governo ucraino a ripristinare la sicurezza del paese aggredito, fornendo armi ma anche intervenendo direttamente con le proprie forze militari. Nel quadro dell’accordo l’Ucraina sarebbe rimasta neutrale rinunciando alla Nato, con la possibilità però di aderire all’Unione Europea.

Le trattative non si fermarono nemmeno dopo la scoperta dei massacri di civili ucraini a Bucha e Irpin. Le delegazioni, secondo Foreign Affairs, continuarono a scambiarsi bozze in vista di un incontro tra Putin e Zelensky.  

L’ultima bozza disponibile risale al 15 aprile 2022 ed è stata letta sia da Foreign Affairs che dal Wall Street Journal. Si scopre che in quest’ultima versione la controparte russa aveva proposto delle modifiche piuttosto pesanti. Ecco quali. Innanzitutto le garanzie di sicurezza erano state molto indebolite – quasi svuotate. Nella bozza del 15 aprile i russi avevano scritto che l’intervento a difesa dell’Ucraina, in caso di attacco al suo territorio, sarebbe stato possibile “solo in base a una decisione condivisa da tutti gli stati garanti”. E ciò avrebbe dato alla Russia, verosimilmente il paese aggressore, il diritto di bloccare qualsiasi operazione in aiuto dell’aggredito, l’Ucraina. I negoziatori ucraini – si legge da una nota sul testo della bozza – respinsero quell’emendamento, insistendo sulla formula originale, secondo cui i garanti avevano l’obbligo individuale di agire senza raggiungere prima un consenso fra loro. I resoconti di Foreign Affairs e Wall Street Journal coincidono.

L’altra grossa discrepanza era sui numeri dell’esercito ucraino. Dalla bozza del 15 aprile si legge che la Russia voleva imporre al nemico delle forze contingentate: un massimo di 85mila soldati, 342 carrarmati, missili con gittata di appena 40 chilometri. Un esercito notevolmente più piccolo di quello di cui l’Ucraina disponeva prima dell’invasione del 2022. I negoziatori ucraini chiedevano invece 250mila soldati, più o meno il livello prebellico, 800 carri armati, 1900 pezzi di artiglieria, missili con una gittata da 280 chilometri. A questo punto è chiaro ciò a cui mirava Putin. Uno Stato incapace di difendersi, fuori dalla Nato, con garanzie di sicurezza deboli e forze armate ridotte.

Infine la bozza lasciava aperta la questione di confini e territori. L’idea era che Putin e Zelensky ne discutessero di persona – un incontro che non c’è mai stato. Ma è evidente che Putin avrebbe preteso di mantenere il controllo dei territori appena conquistati dal suo esercito, che infatti vennero annessi coi referendum illegali del settembre 2022.

Torniamo però alla tesi iniziale dell’articolo di Foreign Affairs: le due delegazioni era arrivate vicine a un accordo. Nonostante tutte le divergenze, scrive la rivista americana, la bozza del 15 aprile 2022 “suggerisce che il trattato sarebbe stato firmato entro due settimane”.  “A metà aprile 2022 eravamo molto vicini a un accordo di pace”, ha raccontato uno dei negoziatori ucraini, Oleksandr Chalyi, parlando in pubblico lo scorso dicembre.

Periodicamente lo Zar dice che è l’Occidente il vero ostacolo alla pace. Boris Johnson, all’epoca primo ministro inglese, atterrò a Kiev il 9 aprile 2022, col preciso intento –  dice Putin – di far fallire il negoziato. La bozza datata 15 aprile però dimostra che le due delegazioni continuarono a lavorare.   

Il vero motivo del naufragio dell’accordo è stata la mancanza di fiducia – e le condizioni ancora debilitanti per l’Ucraina chieste da Putin. Lo spiega Davyd Arakhamiia, il capo dei negoziatori ucraini, in un’intervista dello scorso novembre. Arakhamiia dice che c’era molto scetticismo sulle intenzioni dei russi e che l’Ucraina non voleva rinunciare alla Nato senza avere abbastanza garanzie di sicurezza. Come fidarsi del resto? Il ministro degli esteri Sergej Lavrov mentiva fino a pochi giorni prima dell’invasione: per lui le truppe russe si stavano solo esercitando. “Non potevamo firmare col rischio che poi loro (i russi) ci avrebbero invaso di nuovo – questa volta più preparati”, ha detto Arakhamiia.

E così si arriva all’ultimo punto: le garanzie di sicurezza, che gli ucraini chiedevano e che i paesi occidentali evidentemente non erano pronti a concedere. Non fidandosi di Putin non hanno voluto impegnarsi in negoziati diplomatici, e con l’esercito russo in difficoltà hanno cominciato a inviare più armi. Nel frattempo la posizione di Kiev si è indurita: la liberazione totale dei territori occupati, inclusa la Crimea. Obiettivi comprensibili ma irrealistici. Anche perché Stati Uniti ed Europa non hanno spedito le armi promesse.

Oggi l’equilibrio sul campo di battaglia è cambiato, la Russia ha più uomini e armi. L’obiettivo dovrebbe essere tenere il fonte e porre fine ai combattimenti in modo più favorevole all’Ucraina. Questo significa arrivare a dei termini diversi rispetto al negoziato di Istanbul. Un armistizio con vere garanzie di sicurezza, la porta aperta nell’Unione Europea, la possibilità un giorno di entrare nella Nato e di riprendere per vie diplomatiche i territori perduti (ciò implica che non ci dovrebbe essere un riconoscimento legale delle annessioni fatte da Putin). Ci si arriva con la diplomazia e con un forte sostegno militare dei paesi alleati all’Ucraina. Se l’Ucraina uscirà come una democrazia integrata nell’Occidente lo Zar avrà perso la sua guerra. 

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