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Hormuz e Suez, l’allarme della logistica: «Se la crisi continua i costi aumentano»
Di Lorenzo Berna
I venti di guerra agitano la comunità portuale e le aziende manifatturiere, con le ripercussioni sui costi delle merci e dell’energia che preoccupano cittadini e imprese. Annagiulia Randi, presidente dell’associazione ravennate spedizionieri internazionali e Business development manager del Gruppo Setramar, fotografa la situazione con realismo.
La chiusura dello stretto di Hormuz non ha per ora conseguenze dirette sui traffici del porto di Ravenna — tra i due non c’è una relazione diretta — ma è ciò che sta accadendo a livello globale a preoccupare. «La chiusura di Hormuz sta comportando ripercussioni anche per la nostra economia in quanto l’instabilità in uno dei punti marittimi più importanti al mondo sta influenzando i mercati energetici e sta ridisegnando le rotte marittime e le supply chain internazionali», spiega Randi.
Sul fronte assicurativo la situazione si è deteriorata rapidamente: molte compagnie hanno disdetto le coperture war risk all’indomani dello scoppio del conflitto, mentre quelle che continuano a offrirle hanno raddoppiato i premi. «Questi fattori non possono che indurci a pensare che se il conflitto non cesserà a breve avremo impatti sul costo della merce e dei prodotti finiti», avverte. A pesare anche l’allungamento delle rotte di navigazione, che ha spinto le compagnie marittime ad applicare supplementi per il maggior bunker impiegato, con tutti i costi scaricati sulla merce.
L’export via mare verso i Paesi del Golfo è attualmente fermo. «Ci siamo trovati dall’oggi al domani a dover comunicare ai nostri clienti che avevano carichi viaggianti per il Golfo che le compagnie marittime, per ragioni di sicurezza, avrebbero terminato il viaggio nel primo porto utile e che la loro merce sarebbe stata sbarcata altrove». Un caos gestito grazie alla straordinaria capacità di reazione della logistica, che ha permesso al commercio di riconfigurarsi rapidamente: «La merce trova sempre la strada», osserva Randi, «e infatti stiamo assistendo a uno spostamento della merce dalle rotte marittime a quelle terrestri, naturalmente a costi più elevati, il che non giova all’export di prodotti Made in Italy dal porto di Ravenna».
Sul canale di Suez, poco prima dell’inizio della crisi alcune grandi compagnie di navigazione – tra cui Maersk, One e Cma Cgm – avevano ricominciato ad attraversarlo, facendo ben sperare per una ripresa piena del traffico. Con lo scoppio delle ostilità sono tornate a passare dal Capo di Buona Speranza, con un nuovo allungamento dei transit time e dei costi. Nel panorama nazionale ne risentono in particolare i porti adriatici, «svantaggiati a beneficio di quelli tirrenici, più vicini a Gibilterra, porta occidentale del Mediterraneo».





