Politica / Top News

Hic et nunc: la sfida interna prima della sfida esterna

10
Agosto 2026
Di Giovanni Manco

C’è qualcosa che aleggia nell’aria della politica italiana. Un clima che si riconosce, quasi si respira: è quello della campagna elettorale. Beninteso, non si tratta di una novità. Già negli anni Ottanta il politologo canadese Sidney Blumenthal descriveva la condizione della “campagna elettorale permanente”: una politica che non interrompe mai la ricerca del consenso, nemmeno quando governa.

In un sistema nel quale le leadership si consumano rapidamente, l’opinione pubblica è costantemente sollecitata e la comunicazione politica corre alla velocità dei social, anche l’azione di governo rischia di essere condizionata dalla necessità di produrre effetti immediati, più che dalla costruzione di un disegno di lungo periodo. Una distorsione nella quale il breve termine finisce per prevalere sulla prospettiva.

Tutto questo è vero. Ma è altrettanto vero che, con il 2027 ormai alle porte e la fine naturale della legislatura sempre più vicina, quella campagna elettorale permanente sembra aver cambiato intensità. È diventata più evidente, più pervasiva. E soprattutto sta producendo un effetto preciso: la competizione non si gioca più soltanto tra gli schieramenti contrapposti, ma anche all’interno delle stesse coalizioni. Prima ancora della sfida contro gli avversari, i partiti sembrano impegnati a ridefinire i propri confini, a conquistare centralità, a misurare rapporti di forza e leadership future.

Il campo (mezzo) largo

Una delle dimostrazioni di questa sfida interna la vediamo certamente dentro la coalizione progressista. Soltanto un mese fa i leader al completo salivano sul palco di Napoli con un messaggio preciso: mai più da soli, insieme per cambiare l’Italia. Un monito già messo in discussione. È Giuseppe Conte che, tattico tra i tattici, ha frenato gli entusiasmi. Lui le chiama – giustamente – linee non negoziabili. Quella degli investimenti in armi e, di riflesso, del supporto all’Ucraina, che ancora porta avanti la resistenza alla Russia di Putin. In realtà sono, semplicemente, zone di differenziazione dal Partito Democratico. Pertugi tematici nei quali il leader, che probabilmente si sogna pure premier in pectore, cerca la via per intercettare fette di audience.

La mappa del consenso in politica dice una cosa molto semplice: se vuoi allargare il consenso, cercalo vicino a te, non lontano da te. Probabilmente, il Movimento 5 Stelle sa che il consenso potenziale sta proprio dentro la coalizione e prova ad intercettarlo. In tutto questo, c’è forte ad agitarsi lo strumento delle primarie. La più cruenta delle sfide interne, quella con maggior spargimento di sangue. C’è chi le definisce uno strumento eccellentemente democratico, chi inutile, perché le migliori primarie sono le elezioni stesse e chi prende un voto in più dovrebbe avere il diritto di esprimere il Premier. Chi scrive è di questo secondo avviso, ma non conta in questa sede. Conta, o dovrebbe contare, che le primarie sono uno strumento politico prima che un metodo. E non è quindi su questo che dovrebbe misurarsi la tenuta di una coalizione.

La sfida a chi è più di destra

Nell’altro campo non sta accadendo qualcosa di molto diverso. E no, non parliamo solo del fenomeno Vannacci¹, che pure sta sconquassando gli equilibri della coalizione – Berlusconi diceva che non bisognava mai avere alcuna minaccia a destra, Meloni seguirà la lezione invitando al tavolo il Generale? – ma degli equilibri fra tutti quanti i partiti.

C’è un aspetto spesso sottaciuto: Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia sono molto diversi tra loro quando si tratta di scendere nelle singole questioni. I distinguo e le divergenze sulle famose zone non negoziabili non sono inferiori a quelle che attraversano il centrosinistra. Basti pensare alla votazione dell’emendamento sulle preferenze alla legge elettorale – su cui il centrodestra è andato clamorosamente sotto alla Camera poche settimane fa – o al modo in cui spesso votano in maniera diversa al Parlamento Europeo. Non ultima, l’occasione del voto sul bilancio europeo².

In generale, i tre partiti principali della coalizione hanno posizioni spesso diverse su atlantismo e supporto all’Ucraina. E non è un caso che facciano parte di tre gruppi europei differenti. Poi c’è il tema più caldo dell’estate: quello dell’immigrazione. Issue ownership, quindi cavallo di battaglia del centrodestra. Su questo, più che su altro, è evidente la competizione interna. È palese la gara a chi vuole dettare il frame dominante tra la spregiudicatezza di Vannacci, i (non credibili) tentativi di superarlo di Salvini, le triangolazioni di Meloni.

L’importanza del percepito e l’ansia del momentum

Scrive Luigi Di Gregorio in Demopatia: siamo nell’era della fast politics. Tutto è veloce e la velocità impone scelte dettate dal momentum, dalla necessità di cogliere il momento giusto e di occuparlo prima degli altri. Si parla spesso dell’importanza di saper comunicare, ma c’è un passaggio ulteriore: nella politica contemporanea non basta comunicare, bisogna essere percepiti. Altrimenti si rischia di essere soltanto predicatori nel deserto. Magari ottimi predicatori, ma senza pubblico.

È dentro questo scenario che si muovono i partiti in questa campagna elettorale: nella ricerca continua di uno spazio, di un’identità, di un posizionamento. La battaglia interna alle coalizioni è una guerra quotidiana fatta di dichiarazioni, distinguo, accelerazioni e correzioni.

E fino a quando durerà questa competizione? Fino all’ultimo momento utile. Quando, e non ci stupiamo se così fosse, tutti i colpi verranno perdonati e tutti i fronti potranno ricompattarsi per affrontare insieme la sfida elettorale. Paul Virilio scriveva: “ormai non c’è più il prima, non c’è più il dopo, solo il durante”. Le persone dimenticano in fretta. Conta solo l’hic et nunc.

Articoli Correlati