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Davos 2026 chiude tra geopolitica, sicurezza e spazio: il nuovo baricentro del confronto globale

23
Gennaio 2026
Di Giampiero Cinelli

Il World Economic Forum di Davos chiude oggi i lavori, lasciando sul tavolo un’agenda densa di tensioni geopolitiche, annunci politici e una crescente attenzione alla sicurezza, declinata ormai anche nello spazio. Cinque giorni di incontri che hanno confermato come la cornice alpina sia sempre meno un luogo di consenso e sempre più uno spazio di confronto diretto tra interessi strategici divergenti.

Tra i protagonisti più visibili c’è stato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha utilizzato il palcoscenico di Davos per rilanciare la sua proposta di un «Board of Peace for Gaza». Un’iniziativa che ha portato sul palco leader di oltre una dozzina di Paesi, ma che ha registrato l’assenza di molti alleati storici di Washington, segnalando da subito le difficoltà di legittimazione internazionale del progetto. In un’intervista a Cnbc, Trump ha inoltre chiarito i contorni dell’intesa quadro raggiunta con il segretario generale della Nato Mark Rutte: «Saranno coinvolti nel Golden Dome e sui minerali e così anche noi», ha detto, riferendosi alla cooperazione con gli alleati europei sul sistema di difesa missilistico e sui diritti di sfruttamento delle risorse in Groenlandia.

Proprio sulla Groenlandia si è registrata una delle reazioni più nette. La ministra degli Esteri svedese Maria Malmer Stenergard ha scritto su X che «le richieste di spostare i confini hanno ricevuto meritate critiche» e che «sembra che il nostro lavoro con gli alleati abbia avuto un impatto», accogliendo la decisione americana di rinunciare ai dazi verso i Paesi Ue che hanno sostenuto Danimarca e Groenlandia. Anche un portavoce della NATO ha confermato che «i negoziati tra Danimarca, Groenlandia e Stati Uniti proseguiranno con l’obiettivo di garantire che Russia e Cina non acquisiscano mai un punto d’appoggio, economico o militare, in Groenlandia».

Sul fronte europeo, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha scelto toni duri, rimproverando gli alleati per una risposta che ha definito lenta e frammentata all’invasione russa. Zelensky ha paragonato l’atteggiamento europeo al film Ricomincio da capo, «in cui il protagonista è costretto a rivivere all’infinito la stessa giornata», una metafora che ha colpito la platea per la sua crudezza. A stemperare il clima, almeno in parte, è stato l’intervento di Elon Musk, che ha strappato qualche risata ironizzando sulla differenza tra il Board of Peace di Trump e l’idea che gli Stati Uniti si prendano «un pezzo» di Groenlandia e Venezuela.

Con la chiusura del Forum, l’attenzione si sposta agli Emirati Arabi Uniti, dove da venerdì sono attesi incontri trilaterali che coinvolgeranno Stati Uniti, Ucraina e Russia. Un passaggio che conferma come Davos resti un punto di snodo, ma non il luogo in cui si chiudono i dossier più delicati.

Accanto alla geopolitica tradizionale, Davos 2026 ha però segnato un’evoluzione significativa nel dibattito sulla sicurezza. La difesa non è più limitata a terra, mare e cyberspazio: il dominio orbitale è entrato stabilmente nell’agenda globale. Leader politici, vertici industriali e rappresentanti delle istituzioni multilaterali hanno sottolineato come le infrastrutture spaziali siano ormai essenziali per comunicazioni, navigazione, osservazione della Terra, gestione delle crisi e sicurezza nazionale.

È emersa con forza l’idea che la competizione non riguardi più soltanto l’accesso allo spazio, ma la capacità di operare in orbita in modo continuo, sicuro e sostenibile. Logistica orbitale, manutenzione dei satelliti, operazioni di prossimità e tecnologie di attracco sono state indicate come elementi centrali per proteggere asset strategici sempre più esposti in un contesto di tensioni internazionali crescenti. Il tema si lega direttamente alla questione dell’autonomia strategica europea: senza investimenti coordinati, una politica industriale comune e una governance condivisa, l’Unione rischia di restare dipendente da fornitori esterni, soprattutto statunitensi e cinesi, in un settore che incide su difesa, intelligence e resilienza delle infrastrutture critiche.

Il confronto di Davos ha rafforzato l’attenzione anche su cybersecurity spaziale, protezione delle comunicazioni satellitari e necessità di regole condivise per preservare l’orbita come dominio stabile e non conflittuale. In un contesto di crescente militarizzazione dello spazio, la governance internazionale e la cooperazione tra alleati occidentali sono state indicate come leve decisive per ridurre il rischio di escalation.

Per l’Italia, il messaggio che arriva dalla chiusura del World Economic Forum è duplice. Da un lato, il Paese si trova di fronte a una sfida complessa, in un sistema internazionale sempre più frammentato. Dall’altro, dispone di una filiera spaziale avanzata e di competenze consolidate nei programmi europei e transatlantici. Rafforzare il contributo italiano alla costruzione di un’infrastruttura spaziale europea significa investire non solo in tecnologia, ma in sicurezza nazionale, competitività industriale e credibilità geopolitica.

Davos si chiude dunque con una consapevolezza ormai condivisa: la difesa del futuro passa anche dallo spazio. Considerarlo una vera infrastruttura strategica, al pari dell’energia o delle reti digitali, non è più un’opzione, ma una necessità. Sta ora all’Europa decidere se giocare un ruolo da protagonista o accettare di muoversi in un campo disegnato da altri.