Il Consiglio informale di Alden Biesen, a sua volta preceduto da un “pre-vertice” coordinato da Germania-Italia-Belgio, nasceva come un momento di riflessione strategica: capire quanto l’Europa fosse pronta ad aumentare la propria capacità politica comune o restare mero spazio regolatorio.
Possiamo dire che quanto accaduto alla Munich Security Conference abbia dato a quella discussione un contesto ancora più concreto e urgente.
A Monaco il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha scelto toni inediti rispetto a quelli “felpati” dei suoi predecessori: ha detto apertamente che l’ordine mondiale “non esiste più” e che l’alleanza atlantica non può più essere considerata automatica. Ha avvertito che gli Stati Uniti non sono in grado di agire da soli nel nuovo equilibrio globale e che serve ricostruire la fiducia transatlantica su basi più paritarie, non più su una dipendenza europea permanente.
Allo stesso tempo ha insistito su un punto chiave: rafforzare la sicurezza europea dentro la NATO, non fuori da essa. L’idea è costruire un pilastro europeo autonomo ma complementare all’alleanza, fino a discutere — insieme alla Francia e al Regno Unito — un ombrello nucleare europeo che affianchi quello americano.
Queste parole, di fatto, hanno dato forma più politica a ciò che ad Alden Biesen era ancora una discussione teorica: l’Europa non deve scegliere tra autonomia e alleanza, ma tra passività e responsabilità. Il debito comune, la difesa, la politica industriale diventano quindi strumenti per stare dentro il sistema occidentale da adulti e non da protetti.
Le intenzioni del vertice informale belga nascevano su questa linea e l’”asse” Germania-Italia-Belgio stava provando a trasformare la riflessione in metodo: emissioni comuni mirate, investimenti in sicurezza e competitività, coordinamento sulle filiere strategiche. Non un federalismo improvviso ma quasi un progressivo “gradualismo funzionale”, come da ispirazione del francese Jean Monnet.
E mentre un altro francese, Emmanuel Macron, resta il protagonista più ambizioso, più movimentista, Berlino e Roma si propongono come stabilizzatori, interessati più alla praticabilità delle decisioni che alla loro teatralità.
Presente ad Alden Biesen, ma assente a Monaco, il ruolo di Giorgia Meloni viene letto in modo ambivalente. Fare sì squadra con Friedrich Merz in chiave di rinnovato “motore europeo”, ma conservando per l’Italia rispetto a Washington un piano più bilaterale e pragmatico.
Una divisione dei compiti quasi implicita. Se Berlino verbalizza la frattura con gli Stati Uniti, Roma lavora per gestirla. Anche perché la linea italiana resta quella già emersa nei mesi scorsi: rafforzare il pilastro europeo senza mettere in discussione il rapporto con gli Stati Uniti.
Gli americani, del resto, sono stati il vero convitato di pietra ad Alden Biesen e stamattina si sono presi la scena di Monaco grazie all’intervento del Segretario di Stato, Marco Rubio. La loro pressione sugli alleati — più spesa militare, più responsabilità regionale, meno automatismi — è la causa principale della discussione europea sul debito comune. Non mutualizzazione ideologica, ma necessità geopolitica: difesa, energia, tecnologia.
L’Europa inizia a chiedersi non se possa permetterselo, ma se possa permettersi di non farlo. In questo contesto emerge anche il ruolo di altri 2 italiani, Mario Draghi ed Enrico Letta, passati Premier e magari futuri aspiranti Presidenti della Repubblica. I loro rapporti non sono trattati politici ma tentativi di dare coerenza a un passaggio storico: trasformare un’unione economica in un’unione capace di proteggere.
Alden Biesen è stato il luogo in cui queste idee sono diventate agenda di lavoro, Monaco quello in cui si è capito perché servono subito.
Resta però l’inerzia della legislatura europea. A quasi due anni dall’inizio, molte riforme restano sospese tra prudenza nazionale e assenza di leadership condivisa. Probabilmente cambieranno gli strumenti — più coordinamento industriale, più cooperazione sulla sicurezza — ma non cambierà il metodo: decisioni lente, consenso largo, compromesso permanente.
I prossimi appuntamenti decisivi saranno il Consiglio europeo di primavera, il negoziato sul quadro finanziario e il capitolo difesa-competitività. Alden Biesen è stato il laboratorio, Monaco la presa di coscienza. La sensazione è che l’Europa abbia finalmente capito il problema.
Ora resta da vedere se sarà capace di affrontarlo prima che gli eventi lo facciano al posto suo.





