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Evitare che il regolamento (di conti) si trasformi in logoramento

29
Marzo 2026
Di Redazione

Il referendum costituzionale sulla giustizia si è chiuso con un esito che ha palesemente colto di sorpresa Governo e maggioranza. Sia per il risultato in sé, sia per la dinamica con cui è maturato. Se l’idea era quella di legare l’alta affluenza alla vittoria, è accaduto l’opposto. 
Dopo mesi di sondaggi con il “sì” in vantaggio fino a oltre il 60%, il risultato delle urne ha decretato un 53,24% a 46,76% a favore del “no”, 15 milioni di voti contro poco più di 13,2 milioni, con un’affluenza al 55,7%. Una débacle. 

E questo spiega, più di ogni altra cosa, il regolamento di conti che ne è seguito.
Nelle ore successive al voto si è fatta strada una narrazione difensiva: errore nella “politicizzazione” del referendum. Una linea che convince poco.

Come si poteva immaginare che un referendum sulla giustizia, il tema più sensibile della trentennale storia politica della Seconda Repubblica, non venisse politicizzato? Come si poteva pensare di convincere gli elettori a votare “sì” in punta di diritto, mentre dall’altra parte si parlava, senza troppe sfumature, di un “sì” a favore degli “amici dei mafiosi”? In un contesto simile, il terreno tecnico era inevitabilmente destinato a essere travolto.

Le conseguenze politiche sono state immediate. Si è aperta una resa dei conti dentro la maggioranza, con modalità che lasciano più di una perplessità. Non potendo intervenire direttamente sul Ministro della Giustizia, figura troppo centrale per essere messa in discussione senza aprire la strada a un rimpasto e quindi a un possibile Meloni-bis, scenario tutt’altro che gradito, si è scelta una strada diversa: fare terra bruciata attorno a Nordio, con le uscite di Bartolozzi e Delmastro.

A queste, si è aggiunta la “violenta” richiesta di dimissioni del ministro Santanchè. Una scelta francamente difficile da comprendere. Tre anni di difese compatte in nome del garantismo si sono sciolti al sole di una sconfitta referendaria, lasciando spazio a una dimostrazione pubblica di forza che ha avuto il suo apice in un comunicato stampa dai toni mai visti nella storia politica recente. Più che un segnale verso l’esterno, è sembrato un messaggio interno, rivolto agli equilibri della maggioranza.

Il regolamento di conti non ha risparmiato nemmeno Forza Italia, dove a cadere è stata la testa del capogruppo al Senato Maurizio Gasparri, più sacrificabile perché meno vicino a Tajani dell’altro Capogruppo alla Camera, Paolo Barelli. Più contenuto, invece, l’impatto sulla Lega. Salvini, più attento nelle uscite pubbliche e meno esposto sulla campagna referendaria, paga meno il risultato negativo, anche grazie a una buona performance del “sì” nel Lombardo-Veneto.

Dall’altra parte, l’opposizione esulta. Ma è un successo che non le appartiene fino in fondo. Più che una vittoria costruita, è il risultato delle difficoltà della maggioranza. E tuttavia prova a capitalizzarlo, rilanciando l’idea di un’alternativa politica e tornando a parlare, non a caso, di primarie come strumento di legittimazione. Il punto, ora, è capire quanto durerà questa fase. C’è solo da sperare che il regolamento di conti si esaurisca rapidamente, senza trasformarsi in un periodo di auto-logoramento. Perché, in quel caso, il rischio sarebbe uno solo: offrire all’opposizione lo spazio politico che finora non è riuscita a costruirsi da sola.