Salute

Salute mentale, varata la strategia fino al 2030

16
Gennaio 2026
Di Marta Calderini

Dopo più di un decennio di attesa, tredici anni per l’esattezza, l’Italia torna ad avere una bussola nazionale sulla salute mentale: la Conferenza Unificata, dopo mesi di tira e molla, ha dato il via libera al Piano di Azione Nazionale per la Salute Mentale 2025-2030, presentato come lo strumento per riorganizzare l’assistenza, ridurre le disuguaglianze territoriali e spostare il baricentro “più vicino alle persone”, cioè nel territorio e nei servizi di prossimità . L’architettura del Piano modello disegna livelli assistenziali in cui il primo livello – quello che dovrebbe intercettare il disagio prima che diventi emergenza – vive dentro la rete delle cure primarie, con micro-équipe multiprofessionali e una logica di integrazione più stretta tra servizi sanitari e sociali. Qui entra la misura che, più di tutte, racconta il cambio di paradigma: lo psicologo di assistenza primaria, lo “psicologo di base” che dovrebbe diventare parte ordinaria dell’offerta e non un progetto sperimentale a tempo. Un cambio di passo significativo soprattutto in un contesto in cui il disagio psicologico cresce e colpisce in modo particolare le giovani generazioni, tra ansia, depressione e nuove dipendenze digitali. Un quadro reso ancora più urgente dall’allarme sugli accessi al pronto soccorso in età evolutiva per tentativi di suicidio e autolesionismo, indicati come raddoppiati nel decennio 2011-20210, un dato che rende più comprensibile la corsa a mettere in campo strumenti di prevenzione e presa in carico precoce.

Il Piano, almeno nelle intenzioni, prova anche a chiudere uno dei buchi più noti del sistema: la transizione dall’età evolutiva ai servizi per adulti, spesso vissuta come una “terra di nessuno” fatta di interruzioni della continuità di cura, ricoveri impropri e famiglie lasciate sole, e lo fa puntando su una rete più integrata dove i Dipartimenti di Salute Mentale tornano ad essere il perno, con percorsi più continui, equi e centrati sulla persona. Dal mondo scientifico arriva un apprezzamento che suona come un sì pieno, ma condizionato: la Società Italiana di Psichiatria definisce il Piano un passaggio atteso e significativo, valuta positivamente l’impianto complessivo, la spinta all’integrazione e l’attenzione a prevenzione e personalizzazione, ma avverte che tutto dipenderà da un’attuazione coerente e omogenea sul territorio nazionale, perché senza uniformità il rischio è che l’Italia continui a muoversi a due velocità disegnando l’ennesima geografia delle disuguaglianze. Pericolo che diventa sempre più concreto se si ha la sensazione che le risorse destinate al piano non siano adeguate ed è proprio qui che si annida anche la tensione politica. Secondo Ilenia Malavasi, deputata del Partito Democratico e componente della Commissione Affari Sociali della Camera, il piano aggiornato è «uno strumento strategico per affrontare un’emergenza ormai strutturale nel Paese» ma la contraddizione è evidente perché «agli obiettivi ambiziosi del Piano non corrispondono risorse adeguate. I fondi previsti dall’ultima legge di bilancio – continua Malavasi – pari a 80 milioni, non sono sufficienti nemmeno a garantire i servizi esistenti, figuriamoci l’attuazione delle nuove misure». Sul fronte delle cifre, la narrazione istituzionale parla di una traiettoria pluriennale di finanziamenti collegata alla legge di bilancio per un pacchetto totale da 255 milioni nei primi tre anni (80 milioni nel 2026, 85 nel 2027, 90 nel 2028, poi 30 milioni annui dal 2029) e di un rafforzamento del personale come condizione per rendere praticabili le indicazioni programmatiche.

Il Governo, con le parole del ministro Schillaci dopo il via libera alla manovra 2026, rivendica il ritorno della salute mentale al centro dell’agenda politica e un rafforzamento strutturale della sanità pubblica: «ci sono risorse importanti da utilizzare per la riduzione delle liste d’attesa – ricorda Schillaci – con fondi per nuove assunzioni e aumento delle indennità di specificità. Potenziamo le attività di pronto soccorso e di prevenzione con particolare attenzione ai programmi di diagnosi precoce per le patologie oncologiche e le malattie rare».

La partita del Piano 2025-2030, però, non si giocherà nei titoli o nelle Intese, ma nella capacità di trasformare una cornice nazionale in servizi reali e misurabili, in tempi rapidi e in modo uniforme. Se lo psicologo di base resterà una promessa a macchia di leopardo, se le équipe non saranno stabilizzate e se il territorio continuerà a reggere con personale insufficiente, il rischio è quello di aggiungere un altro documento alla lunga storia delle buone intenzioni. Se invece i fondi verranno tradotti in assunzioni, orari, accessi, percorsi di transizione e progetti di inclusione, allora il Piano potrebbe diventare la prima risposta strutturale a un’emergenza ormai cronica, capace di alleggerire pronto soccorso e reparti e di riportare la cura là dove serve: prima, vicino, e senza lasciare indietro nessuno.

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