Politica

Referendum, Rosatellum e Bankitalia: la settimana del governo

28
Ottobre 2017
Di Redazione

Il governo può archiviare una settimana ricca di sfide. Ieri il Senato ha dato il via libera definitivo alla nuova legge elettorale con 241 sì, 61 contrari e 2 astenuti mentre oggi il Consiglio dei ministri si è espresso sulla conferma di Ignazio Visco a governatore di Bankitalia. Con buona pace del segretario Pd, a prevalere è stato l’asse Quirinale-Palazzo Chigi, allestito in fretta e furia per disinnescare la mozione Dem volta a promuovere il ricambio del vertice della Banca d’Italia. Ma è una partita destinata a proseguire: da un lato stante l’assenza dei ministri renziani dal Cdm odierno, dall’altro poiché il ruolo dell’istituto centrale nelle crisi bancarie degli ultimi anni sarà oggetto d’intenso dibattito fra le forze politiche nei mesi a venire. La cornice sarà quella della campagna elettorale mentre il dibattito procederà di pari passo al lavorio della Commissione parlamentare sul credito chiamata a fare luce sull’azione di vigilanza di Visco e dei suoi predecessori. Fallito l’affondo contro il vertice dell’istituto, per il segretario Pd si tratta infatti di mantenere l’iniziativa nell’ambito di un dossier – quello bancario – che se lasciato agli avversari rischia di complicare ulteriormente la già difficile corsa alle politiche del 2018.

Di ben altro peso invece potrebbero essere le ripercussioni dei referendum consultivi organizzati domenica da Veneto e Lombardia. Entrambi si sono risolti in un plebiscito a favore di non meglio precisate “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” da Roma. Complessivamente hanno votato oltre 5 milioni di cittadini delle due regioni più ricche d’Italia, con il governo centrale che si è detto “pronto ad avviare le trattative”. Ma nonostante i richiami delle Cassandre regionaliste e l’eco degli ultimi eventi in Catalogna, le consultazioni ne differiscono sensibilmente: sia sul piano formale, poiché approvati da esecutivo centrale e Corte costituzionale, che su quello sostanziale, giacché il loro obiettivo sarebbe il “regionalismo differenziato” previsto dal Titolo V della Costituzione. Non meno importante l’atteggiamento della Lega Nord, protagonista di un difficile equilibrismo alla vigilia del voto fra storiche pulsioni secessioniste e il rispetto dell’unità nazionale.

Soprattutto il referendum veneto sembra aver aperto una fase nuova, con effetti su almeno tre livelli. In primo luogo interni al partito di Salvini, stretto fra il riemergere in modo istituzionale del tema autonomista e la faticosa mutazione genetica in senso nazionalista imposta dal suo ambizioso segretario. In secondo luogo in Veneto, con Zaia più che rafforzato dal trionfo consultivo e pronto a intestarsi il negoziato col governo. Infine a livello sistemico e nazionale: l’esito dei referendum ha riproposto con forza la questionefederalista e può rimettere in discussione i rapporti centro-periferia. Non necessariamente in senso negativo, giacché in questo caso la possibilità è di concepire le consultazioni di domenica come il punto di partenza per una ridiscussione profonda degli equilibri di potere. In ballo non c’è niente di meno che il futuro del paese.

 

Alberto De Sanctis

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