Politica

Mediterraneo, sicurezza e frammentazione: l’Europa tra deterrenza e cooperazione

12
Febbraio 2026
Di Ilaria Donatio

Nel Mediterraneo allargato la frammentazione non è un incidente di percorso. È il nuovo ambiente operativo. Guerre tradizionali, minacce ibride, competizione industriale e guerra cognitiva si sovrappongono in uno spazio che non consente più neutralità né disimpegno. Le interdipendenze restano, ma non producono automaticamente cooperazione. Producono tensione. È dentro questa cornice che si è svolto a Roma il workshop “Regions at the Centre: Cooperation versus Fragmentation – Cooperative Security”, promosso dalla NATO Defense College Foundation e dalla PAM. Non un esercizio accademico, ma un tentativo di leggere un mondo che non torna più alle categorie del passato.

L’ambasciatore Alessandro Minuto-Rizzo, presidente della NATO Defense College Foundation, ha aperto i lavori con una premessa che è già diagnosi: sicurezza e umanità non si generano spontaneamente. Richiedono rispetto, comprensione reciproca, capacità di dialogo. In un sistema internazionale attraversato da polarizzazioni narrative oltre che strategiche, la cooperazione non può limitarsi a trattati e dichiarazioni. Deve diventare anche “interoperabilità delle menti”.

Ma il realismo non è rimasto sullo sfondo. Nel messaggio inviato al workshop, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha richiamato un punto che in Europa si è riaffermato con brutalità dopo l’aggressione russa all’Ucraina: la pace non è uno stato permanente, ma un equilibrio dinamico. Quando le minacce armate esistono, l’assenza di deterrenza non produce armonia, ma vulnerabilità. La sicurezza, in questa prospettiva, non è alternativa al welfare: ne è la condizione abilitante. Senza difesa, non esistono diritti da proteggere.

Il Mediterraneo, però, non è solo teatro di conflitti tradizionali. Il generale Pietro Serino, già Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, ha invitato a leggere il fianco sud e quello est della NATO come un unico fronte. Le minacce ibride cancellano la distinzione netta tra militare e non militare. La guerra cognitiva – che affonda radici antiche – oggi è amplificata da media e piattaforme digitali. In questo spazio, la libertà di parola delle democrazie occidentali si confronta con la necessità di una responsabilità della parola, perché la sicurezza attraversa ormai anche l’ecosistema informativo.

La frammentazione non è soltanto militare. È normativa e politica. L’ambasciatore Sergio Piazzi, Segretario Generale della PAM, ha indicato nel progressivo indebolimento del diritto internazionale uno dei fattori di instabilità più profondi, aggravato dall’avanzata di formazioni populiste e dalla sfiducia verso il multilateralismo. Quest’ultimo non può essere considerato un ornamento ideale, ma resta un’infrastruttura necessaria per costruire stabilità nel tempo.

Accanto a queste dinamiche visibili, Alessandro Politi, Direttore della NATO Defense College Foundation, ha richiamato le minacce che si radicano nei Paesi fragili, dove sabotaggio, terrorismo e propaganda prosperano nei vuoti di potere. La prevenzione delle crisi non nasce da reazioni episodiche, ma da partnership strutturate, in particolare nel quadro della cooperazione tra Stati Uniti e NATO.

A questo quadro si è collegato anche l’intervento dell’onorevole Giulio Centemero, presidente dell’Assemblea parlamentare del Mediterraneo, che ha richiamato la dimensione politica della cooperazione tra Stati. In un momento in cui il multilateralismo e le istituzioni democratiche sono messi alla prova, ha osservato, occorre dimostrare che la cooperazione globale può ancora produrre stabilità e progresso. “La sicurezza si costruisce solo attraverso il dialogo, la collaborazione e la responsabilità condivisa”, ha dichiarato, indicando nell’area euromediterranea e in quella del Golfo due crocevia strategici dove piattaforme parlamentari come la PAM possono fungere da spazi neutrali di confronto e costruzione della fiducia.

Il filo che tiene insieme questi interventi è la trasformazione del concetto stesso di sicurezza. Non più soltanto difesa territoriale, né soltanto diplomazia multilaterale, ma un intreccio tra deterrenza credibile, cooperazione regionale, resilienza industriale e tenuta cognitiva delle società democratiche.

Per l’Europa, che vive il Mediterraneo come spazio immediato e non periferico, la sfida è duplice. Rafforzare le proprie capacità senza scivolare in una logica di blocchi chiusi. Difendere il diritto internazionale senza ignorare che la competizione globale si gioca anche su tecnologia, energia e controllo delle risorse strategiche. La frammentazione, oggi, non può essere negata. Ma può essere governata. La sicurezza cooperativa resta il tentativo – fragile, imperfetto, ma necessario – di impedire che le linee di frattura diventino confini permanenti.