La notizia della possibile nascita di una lista guidata dal generale Vannacci ha il sapore di quelle storie politiche che, prima ancora di diventare realtà, funzionano come cartina di tornasole dello stato dei partiti esistenti. Più che l’ennesimo “nuovo soggetto”, è un racconto di ambizioni personali, aspettative mal riposte e qualche illusione di troppo.
Da una parte il Generale, convinto di poter trasformare un successo editoriale e una forte esposizione mediatica in un capitale politico autonomo; dall’altra Matteo Salvini, che scopre forse un po’ tardi che allevare una creatura troppo ingombrante può portare a effetti collaterali imprevisti.
Vannacci sembra sinceramente persuaso di avere davanti a sé uno spazio enorme, al punto da evocare percentuali da leader di partito maggioritario. Il famoso “30%” evocato con disinvoltura ha fatto sorridere molti e drizzare le antenne a pochi. Perché una cosa è intercettare una parte dell’elettorato identitario, arrabbiato o nostalgico, un’altra è trasformare quell’umore in un progetto politico strutturato.
La politica, anche quella più muscolare, richiede organizzazione, classe dirigente, radicamento territoriale. Tutte cose che non si improvvisano con un simbolo e una tournée televisiva.
Per Salvini, la vicenda ha invece il sapore della delusione. Il generale doveva rafforzare la Lega, spostarla più a destra senza romperla, portare voti nuovi senza aprire crepe interne. Ora rischia di diventare l’ennesima scheggia che sottrae consenso proprio dove il partito è più fragile. Non un avversario esterno, ma un buco nero interno, capace di erodere voti senza costruire nulla di realmente alternativo. Una prospettiva tutt’altro che rassicurante per un leader che già deve difendersi su più fronti.
Il punto politico, però, è più generale. Fuori dai partiti esistenti, oggi, non c’è spazio. I tempi del Movimento 5 Stelle sono finiti, e non perché manchi il malcontento, ma perché mancano le condizioni storiche che rendono possibile un’esplosione di novità. I grandi partiti nuovi nascono nelle fasi di crisi sistemica: Berlusconi nel 1993-94, quando Tangentopoli aveva spazzato via la Prima Repubblica; Grillo, quando la parola “casta” sintetizzava una rottura profonda tra cittadini e istituzioni. Oggi, piaccia o no, viviamo una fase di stabilità relativa, di bipolarismo imperfetto ma riconoscibile, di governi che durano e di alternative che faticano a imporsi.
In questo contesto, l’elettorato non ha voglia di appassionarsi a nuove sigle, di approfondire nuovi programmi, di investire tempo ed energie emotive in avventure politiche incerte. Le coalizioni ci sono, sono chiare, ben delineate. La scelta è tra queste, oppure tra queste e l’astensione. E l’astensione, purtroppo, resta l’opzione più gettonata. Nuovi partiti, oggi, non servono. Servirebbe semmai rendere più forti quelli che già esistono, magari ripristinando un meccanismo sano di finanziamento pubblico.
Certo, la politica italiana ha sempre una straordinaria capacità di smentire le analisi più razionali. Magari il Generale davvero uscirà dalla Lega, fonderà un soggetto politico travolgente e riscriverà gli equilibri del sistema. Ma, allo stato attuale, lo scenario interno e soprattutto quello internazionale non lasciano molto spazio ai “nuovismi”. Tra guerre, instabilità geopolitica e fragilità economiche, il clima generale non è da salti nel buio. Il quadro politico è chiaro e la responsabilità delle forze in campo dovrebbe essere una sola: non disperdere voti, non alimentare frammentazioni inutili e provare, semmai, a riportare i cittadini alle urne. Perché se c’è una vera emergenza democratica oggi, non è l’assenza di nuovi partiti, ma l’eccesso di elettori che hanno deciso di non scegliere più.





