Politica

I 50 anni di AIGI: richieste e prospettive sulla professione

29
Maggio 2026
Di Cesare Giraldi

Cinquant’anni sono un traguardo che vale la pena celebrare. Ma l’Associazione Italiana Giuristi d’Impresa (AIGI) ha scelto di farlo senza nostalgie, trasformando il convegno anniversario — Storia viva e futuro in movimento, al Royal Hotel Carlton di Bologna — in una giornata di lavoro. Sul tavolo: il ruolo del legal counsel interno nelle imprese italiane, le riforme normative in corso e il ritardo strutturale che ancora penalizza chi presidia la legalità dall’interno delle aziende.

«Cinquant’anni non rappresentano soltanto un anniversario. Raccontano un percorso fatto di evoluzione, confronto e costante capacità di interpretare il cambiamento. Per noi sono soprattutto un nuovo punto di partenza» ha dichiarato in apertura il presidente dell’associazione, Giorgio Martellino. Dopo i saluti introduttivi della vicepresidente vicaria Wanya Carraro, e dopo un lungo excursus storico affidato ai soci fondatori e agli ex presidenti dell’associazione, il convegno è entrato nel vivo con la tavola rotonda dedicata all’evoluzione legislativa in corso. Intorno al tavolo si sono riuniti professori e professionisti per discutere il futuro del decreto 231 e le sue implicazioni per la professione.

L’intervento più atteso è stato quello del Vice Ministro della Giustizia, Sen. Avv. Francesco Paolo Sisto, che ha affrontato senza mezzi termini la contraddizione al centro del dibattito: il giurista d’impresa è oggi una figura strategica, eppure sconta ancora una marginalizzazione che nulla ha a che fare con le competenze.

«È necessario rafforzare il riconoscimento del giurista d’impresa, valorizzando una professionalità che è presidio di legalità, prevenzione e gestione del rischio. La sua funzione assume un valore strategico nei settori della compliance, della protezione dei dati, della prevenzione della corruzione, della sicurezza informatica e della disciplina dell’intelligenza artificiale — tutte materie accomunate da una forte dimensione preventiva. In questo quadro, la vera sfida è affermare il principio secondo cui non è il giurista a dipendere dall’azienda, ma è l’azienda a dipendere dalla qualità, dall’equilibrio e dall’indipendenza del suo presidio legale interno.»

È esattamente su questo terreno che si innesta il punto più critico sollevato da AIGI: la riforma organica del Decreto Legislativo 231/2001, la norma che disciplina la responsabilità penale delle imprese, rischia di essere un’occasione mancata. La proposta elaborata dal Tavolo tecnico coordinato dal magistrato Giorgio Fidelbo — la più articolata dai tempi dell’entrata in vigore del decreto — lascia irrisolto un nodo cruciale: il legal counsel interno non è menzionato, e le sue comunicazioni — pareri sui profili di rischio, valutazioni sul modello organizzativo, scambi con il management sulle aree più delicate — restano prive di qualsiasi forma di protezione processuale. Come ha spiegato Martellino, «chi costruisce la compliance aziendale non gode di alcuna protezione giuridica su ciò che produce», con il risultato di generare «un disincentivo strutturale alla cultura della prevenzione interna che il decreto intende promuovere».

Il paradosso è evidente: lo Stato incentiva le imprese a costruire sistemi interni di prevenzione dei reati, documentando rischi e presidi di controllo, ma quando la magistratura interviene acquisisce quegli archivi integralmente. Il confronto europeo non lascia spazio a equivoci: Germania, Belgio, Francia, Paesi Bassi, Paesi scandinavi — e gli Stati Uniti dal 1981 — garantiscono forme di protezione alle comunicazioni del legal counsel interno. L’Italia è ferma a una giurisprudenza del 1982, confermata dalla Corte di Giustizia europea nel caso Akzo Nobel del 2010. La conseguenza pratica è che le funzioni legali strategiche dei grandi gruppi internazionali tendono a collocarsi altrove: Londra, Amsterdam, Francoforte.

La giornata bolognese ha reso evidente che la partita non riguarda solo la categoria dei giuristi d’impresa, ma la coerenza complessiva del sistema-Paese: da un lato il governo investe risorse significative per rendere l’Italia una destinazione attrattiva per i capitali esteri; dall’altro, il quadro processuale che governa la vita quotidiana delle imprese sul territorio continua a offrire garanzie inferiori rispetto ai principali concorrenti europei. Il percorso parlamentare sulla riforma è in fase avanzata: il tempo delle attese, ha ricordato Bologna, è finito.